Colmare il ritardo nello sviluppo delle energie rinnovabili potrebbe ridurre la spesa energetica nazionale di circa 17 miliardi di euro l’anno, creare oltre 60 mila posti di lavoro e generare fino a 42 miliardi di euro di prodotto interno lordo tra nuovi investimenti e ricadute economiche. È la conclusione dello studio “Rinnovabili e competitività: scenari, impatti e priorità per l’Italia”, realizzato da TEHA Group e presentato a Roma nell’ambito del primo Symposium Energia, promosso dal Gruppo di lavoro Energia della Camera di Commercio di Spagna in Italia.
L’analisi parte da un dato strutturale: l’Italia continua a dipendere dall’estero per il 73,9% del proprio fabbisogno energetico, mentre il gas naturale determina il prezzo dell’elettricità per circa il 63% delle ore dell’anno. Negli ultimi anni la crescita delle fonti rinnovabili ha accelerato, passando da una media di 1,7 gigawatt di nuova capacità installata all’anno nel periodo 2019-2022 ai 7,2 gigawatt registrati nel 2025. Secondo lo studio, però, questo ritmo non sarà sufficiente a raggiungere gli obiettivi fissati dal Piano nazionale integrato energia e clima (PNIEC).
Mantenendo l’attuale andamento, l’Italia arriverebbe infatti a circa 102 gigawatt di capacità installata nel 2030, rimanendo indietro di circa 29 gigawatt rispetto al traguardo di 131 gigawatt previsto dal piano nazionale.
Secondo TEHA Group, recuperare questo divario avrebbe effetti economici immediati. Circa 9 miliardi di euro deriverebbero dalla riduzione del prezzo dell’energia elettrica all’ingrosso, altri 2 miliardi dal minor costo delle quote europee di emissione (ETS) e ulteriori 2 miliardi dalla diminuzione delle importazioni di gas naturale. A questi benefici si aggiunge una stima di circa 3 miliardi di euro riconducibili al valore economico delle emissioni di anidride carbonica evitate, per un beneficio complessivo di circa 17 miliardi di euro ogni anno.
L’impatto non riguarderebbe soltanto il sistema energetico. Lo studio stima infatti che il raggiungimento degli obiettivi del PNIEC potrebbe attivare quasi 42 miliardi di euro tra investimenti in nuovi impianti fotovoltaici ed eolici e valore aggiunto per l’economia nazionale, con oltre 60 mila nuovi posti di lavoro distribuiti lungo la filiera.
Per gli autori del rapporto, il principale ostacolo non è rappresentato dalla disponibilità di capitali o di progetti, ma dai tempi necessari per autorizzare gli impianti e dalle infrastrutture di rete. Procedure amministrative lunghe, congestioni della rete elettrica e difficoltà nella realizzazione dei sistemi di accumulo rischiano infatti di rallentare la transizione energetica proprio mentre il costo dell’energia continua a incidere sulla competitività del sistema produttivo italiano.
Il messaggio che emerge dal rapporto è che la crescita delle fonti rinnovabili non rappresenta soltanto una misura di politica climatica. In un contesto caratterizzato da elevata dipendenza energetica dall’estero e volatilità dei prezzi delle materie prime, accelerare gli investimenti nelle energie pulite viene indicato come una leva di politica industriale capace di rafforzare la competitività delle imprese, ridurre l’esposizione alle crisi internazionali e contenere il costo dell’energia per famiglie e aziende.