Le ragioni del no al congedo paritario da parte del governo prendono forma. Non solo il tema delle coperture finanziarie, principale ragione esposta nel dibattito parlamentare in occasione della proposta di legge delle opposizioni lo scorso febbraio. Ma un tema politico. Lo spiega la ministra della Famiglia Eugenia Roccella in un’intervista a La Stampa.
«Non amo gli obblighi, specie quelli che entrano nelle relazioni: il congedo paritario è un obbligo innanzitutto per le persone. Dobbiamo far sì che la genitorialità non svantaggi né le aziende né le famiglie. Se resta uno svantaggio, suddividerlo non risolve il problema, semmai lo moltiplica», spiega a Simonetta Sciandivasci sul quotidiano torinese.
Il punto di vista del governo guarda alle aziende, non solo ai genitori. «Nella scorsa finanziaria abbiamo prolungato il tempo dei contratti sostitutivi per la maternità, dando risorse alle aziende che li adottano. Sono una femminista della differenza e penso che il lavoro vada cambiato adattandolo ai corpi delle donne, che sono generativi».
Poi però arriva il nodo. «Il congedo paritario obbligatorio costerebbe tre miliardi, forse li possiamo spendere per misure più efficaci. E stiamo ancora pagando il superbonus: le misure populiste hanno ricaschi che durano anni. Noi non abbiamo fatto bonus, ma interventi strutturali: il cosiddetto bonus nuovi nati è strutturale, anche se viene chiamato bonus, così come per gli asili nido abbiamo alzato in modo consistente il rimborso, che non è una tantum», argomenta la titolare del dicastero della Famiglia.
Rispetto al congedo Roccella rivendica comunque l’aumento della quota di copertura dello Stato. «Abbiamo portato tre mesi all’80 per cento, gli altri sono al 30. Prima di noi tutti i mesi erano al trenta. E se il padre prende tre mesi di congedo anche non continuativi, ottiene un mese in più. Quindi in totale ci sono 10 mesi di congedo parentale più uno, di cui 9 retribuiti, oltre ai 5 mesi canonici del congedo di maternità obbligatorio. E poiché i mesi di congedo parentale non può prenderli tutti la madre, un’offerta paritaria già c’è, solo che non è un obbligo. È una premialità poco nota, che vogliamo incrementare».
La linea è chiara. La scelta politica è quella di orientare risorse e supporto per la madre. Intanto però cresce il movimento di opinione per chiedere parità di trattamento per padri e madri. L’ultima iniziativa è del Comitato Pari alla Pari che ha presentato una legge di iniziativa popolare, in un contesto in cui scendono le richieste di congedo di paternità. Se ne riparlerà. Difficilmente in questa legislatura. Ma sullo sfondo c’è la prossima legge di Bilancio. Scopriremo cosa cambierà nelle politiche a sostegno della famiglia.