I divieti da soli non bastano ad affrontare un tema complesso come l’impatto dei social media sui più piccoli. Lo spiega con parole chiare Fernanda Maio, tra le prime esperte di benessere digitale nel nostro Paese, che analizza il Kids Act annunciato dalla Commissione europea.
Le ricette del Kids Act puntano su limiti e regolamentazione. Possono essere utili?
“Il Kids Act introduce sicuramente dei confini negli ambienti digitali, realtà che in questi anni si sono sviluppate molto più velocemente delle nostre competenze sui loro effetti, positivi e negativi. Però una soglia anagrafica, da sola, non può portare una rivoluzione per ragazzi che finora hanno vissuto negli ambienti digitali. Non si può chiedere a chi ha appena compiuto 13 o 14 anni di autoregolarsi senza competenze e senza una cultura digitale”.
Come valuta queste misure rispetto a quelle adottate altrove, per esempio in Australia?
“L’esempio australiano, a quasi un anno dall’entrata in vigore del divieto, è abbastanza fallimentare. Gli account social dei minori sono diminuiti in numero assoluto, ma anche perché i ragazzi hanno aggirato il divieto: si sono spostati su altre piattaforme e hanno iniziato a incontrarsi in modo più clandestino. È la dimostrazione che proibire qualcosa ai ragazzi spesso non cambia i comportamenti: al contrario, li spinge a nascondersi o a cercare soluzioni alternative, spesso non legali”.
Cos’altro servirebbe per tutelare la salute dei più piccoli?
“Gli adulti oggi si trovano a insegnare ai figli a vivere in mondi che loro stessi non hanno vissuto. E devono farlo senza competenze digitali, il che rende tutto molto più difficile”.
Quale strada dovrebbero seguire, allora?
“Dovrebbero concentrarsi sulla cultura e sull’educazione digitale, ma anche, più semplicemente, sulla coerenza. I ragazzi imparano molto più da quello che facciamo che da quello che diciamo. Per questo è giusto che le competenze che chiediamo ai ragazzi siano competenze che sviluppiamo in prima persona”.