Può l’industria darsi dei fini? Si trovano questi semplicemente nell’indice dei profitti?
Non vi è al di là del ritmo apparente qualcosa di più affascinante, una destinazione,
una vocazione anche nella vita di una fabbrica?
(Adriano Olivetti)
Più attenzione alle persone, più valore alle competenze trasversali.
È davvero una progressione importante, quella alla quale abbiamo assistito in questi ultimi anni registrando i trend di sviluppo degli impegni sociali, economici e ambientali delle imprese in Italia.
Secondo gli ultimi dati contenuti nel 10° Rapporto CSR, la responsabilità sociale d’impresa è perseguita dal 96% delle aziende italiane con più di 80 dipendenti, che dichiara di aver investito quasi 300mila euro all’anno (282mila euro ciascuna in media per l’esattezza) in attività di Corporate Social Responsibility, per un totale di 2 miliardi e 162 milioni di euro nel 2021.
Un valore più che quintuplicato dal “lontano” 2003, un fenomeno che cavalca tutte le crisi e nonostante gli ostacoli determinati dalla pandemia e dai conflitto ucraino stabilisce un nuovo record di investimenti, registrando un incremento del 22%.
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I dati mostrano come le radici della responsabilità sociale siano sempre più forti, testimoni dell’avvento di una nuova cultura d’impresa, dell’attenzione alle nuove richieste del mercato e alle pressanti nuove aspettative degli stakeholder.
Tra i settori dove oggi si investe di più in prima fila l’employer branding, la ricostruzione dei processi aziendali e le collaborazioni con le università, insieme alla necessaria attenzione al risparmio energetico e al corretto smaltimento dei rifiuti. Il 77% delle aziende intervistate ha adottato un proprio Codice Etico.
Nell’ambito delle attività a beneficio dei dipendenti la ricerca evidenzia le preferite: attività di formazione e valorizzazione (38%); iniziative sociali nelle sedi (33%), valutazione competenza per sviluppo carriere (32%), varie iniziative di welfare aziendale (30%), monitoraggio di clima, esigenze, motivazioni (29%), sostegno pari opportunità (27%), miglioramento della comunicazione interna (27%), verifica, modifica sistemi di remunerazione/incentivi (23%), iniziative di worklife balance (22%), attività ricreative/culturali (14%).
Può apparire un paradosso, ma la crisi determinata dalla pandemia ha costretto le imprese a fissare come non rinunciabili gli investimenti legati alle responsabilità sociali, economiche e ambientali. L’imperativo comune è spingere sempre di più sui valori della CSR e adottarli ormai senza riserve per non rimanere indietro.
A fare da sfondo: le 5 aree di azione della Strategia Nazionale per lo Sviluppo Sostenibile 2017-2030 (Persone, Pianeta, Pace, Prosperità e Partnership), i Fridays For Future, i “consigli” di Papa Francesco, l’ormai prossimo arrivo delle nuove norme UE sulle rendicontazioni non finanziarie estese alle PMI, la proclamazione del 2023 come “Anno Europeo delle Competenze”, la mutata sensibilità della società tutta.
Saranno le competenze trasversali legate alla sostenibilità a tenere banco, e la loro integrazione all’interno delle imprese sarà fondamentale per:
- rendere il tema denominatore comune e spinta al miglioramento continuo nell’attività
- definire e costruire identità, employer branding, coesione
- avviare e sostenere un percorso di condivisione della mission e dei valori
- accreditarsi come sostenitori dell’inclusione, della diversità e della parità di genere attraverso una visione condivisa
- migliorare il proprio percorso di sviluppo sostenibile per far crescere l’attrattività.
Un orizzonte che si consolida ed estende sempre di più e si allarga a tutte le azioni che producono e promuovono impatti positivi per la sostenibilità economica, ambientale e sociale. E sale sempre di più il valore delle figure professionali di riferimento: sustainability manager, responsabili CSR, delegati alla ESG strategy.
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Il ruolo delle Università
Università pubbliche e private hanno compreso a pieno che la formazione in tutti gli ambiti della sostenibilità delle nuove generazioni sarà imprescindibile e sempre più richiesta dal mondo del lavoro. Osservatorio Socialis cataloga oltre 800 insegnamenti e corsi presenti nei programmi di circa 70 Atenei italiani. Di questi 424 corsi/insegnamenti vengono erogati negli atenei del Nord, 178 al Centro, 211 al Sud e Isole.
Le macro-aree disciplinari e le aree tematiche
Gli insegnamenti sono suddivisi in 4 macro-aree disciplinari, dalle quali è emersa un’incidenza significativa dell’area ingegneristico-scientifico-ambientale (50%), seguita dall’area economica (36%). Minore è l’incidenza nel campione delle Facoltà e dei Dipartimenti riconducibili all’area socio-politica (10%) e umanistica (4%), anche se oggi maggiormente attenzionata a seguito del periodo di crisi pandemica.
11 aree tematiche sono state definite dall’Osservatorio Socialis per catalogare l’offerta formativa degli insegnamenti. Il 24% degli insegnamenti mappati attiene all’ecologia e alla gestione sostenibile di processi e produzioni, il 19% alla sostenibilità, il 16% ad economia e ambiente e alla green economy, l’8% alle politiche sociali e welfare, il 7% alla CSR, il 7% all’edilizia sostenibile, il 5% alle biologie sostenibili, il 4% alla rendicontazione sociale, il 3% all’innovazione sociale, il 2% al diversity management e l’1% alla finanza etica.
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Il ruolo delle Academy aziendali e le tematiche formative
Se è vero che sul territorio italiano sono cresciute negli anni oltre 120 Academy Aziendali – messe in campo da aziende tradizionalmente avvezze ad avere una propria scuola di formazione, generalmente grandi e/o molto grandi, principalmente attive nei settori Energia e Servizi, Materiali per Edilizia e Design, Software, Tecnologia e Robotica, Bancario e Finanziario, Moda, Agroalimentare e GDO – è anche vero che nella maggior parte di questi centri non sembra ancora farsi strada una formazione specifica e trasversale.
Che invece oggi deve essere guidata dalla necessità di fornire a tutti i dipendenti gli stimoli e le competenze per rendere lo sviluppo del business e la pratica quotidiana in linea con i criteri ESG (Environmental, Social & Governance), coinvolgendo in egual misura tutte le funzioni aziendali.
Sostanzialmente attive sulle tematiche formative di Up-Skilling, le Academy svolgono un ruolo di engagement dei dipendenti negli ambiti Leadership & Management, Digital Transition & Digital Skills, Comunicazione e Marketing, Gestione delle Risorse Umane, distribuendo il monte ore a disposizione a seconda di un piano di sviluppo dell’azienda che, anche grazie all’arrivo delle nuove norme europee in materia di dichiarazioni non finanziarie estese a circa 49.000 aziende in totale, dovrà essere certamente aggiornato, con l’obiettivo di creare un solido anello di congiunzione con le nuove competenze richieste. Un quadro generale che indica chiaramente un gap da colmare.
(dati: Osservatorio Socialis 2022)
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