Una legge del 1634 sta proteggendo le Big Tech dalle cause collettive. Non è un paradosso da romanzo, è la cronaca di oggi. Lo racconta Politico Europe, e dice molto su come il diritto fatichi a stare al passo con il potere delle piattaforme.
Negli Stati Uniti il sistema non è perfetto. Anzi. Ma in questi mesi ci sono stati i primi tribunali che hanno accertato danni e rischi dei social media sui più giovani. Nel farlo hanno comminato multe, definito patteggiamenti e soprattutto impresso una direzione al futuro delle stesse piattaforme. L’ultimo caso è quello di Meta, che ha patteggiato per una cifra record di 17 miliardi e si è impegnata a modificare alcune caratteristiche dei suoi social, ritenute causa di dipendenza. Pochi giorni prima era toccato a TikTok, che aveva patteggiato una multa di 400 milioni di dollari.
La class action
In realtà negli Usa i consumatori fanno causa in massa da decenni: tabacco, petrolio, e-commerce. Risarcimenti miliardari, quasi una regola del gioco. Lo racconta la storia, lo racconta il cinema: da Insider a Erin Brockovich, da Russell Crowe e Al Pacino a Julia Roberts.
In Europa questo diritto è arrivato solo cinque anni fa, spinto dallo scandalo Dieselgate: Volkswagen pagò oltre 9,5 miliardi di dollari ai consumatori americani. Da allora anche il Vecchio Continente ha la sua versione della class action.
Ma c’è un dettaglio che cambia tutto. La direttiva europea sulle azioni rappresentative impone che a portare avanti queste cause siano solo organizzazioni no profit. E le no profit, per affrontare un colosso tecnologico, hanno bisogno di soldi. E qui sta il nodo.
In Irlanda, dove hanno sede europea Google, Meta, Microsoft e quasi tutte le altre grandi piattaforme, la risposta è: quasi nessuno può finanziare le cause delle no profit. Come ricorda Politico, una norma che risale al Seicento – scritta nero su bianco nel 1634, in pieno regno di Carlo I – vieta a chiunque non abbia un interesse diretto di finanziare una causa legale altrui. Una regola pensata per un mondo di terre e feudi, oggi usata per proteggere le aziende più ricche del pianeta.
Il risultato? Una sola causa collettiva è stata avviata finora in Irlanda contro un gigante tech: l’Irish Council for Civil Liberties (ICCL) contro Microsoft, per il sistema di pubblicità Real-Time Bidding. L’associazione è riuscita a finanziarla solo perché aveva già un budget proprio, fatto di donazioni. Il caso è stato ammesso in tribunale poco più di un anno fa.
Un’eccezione, non una regola. Johnny Ryan, che dirige l’unità enforcement dell’ICCL, l’ha definita – in un’intervista all’Irish Times – una “contraddizione fatale”: l’Europa chiede alle no profit di guidare le battaglie legali contro le Big Tech, e l’Irlanda impedisce loro di trovare i fondi per farlo. Un diritto sulla carta che nella pratica resta quasi inutilizzabile.
Le novità
Qualcosa, però, si muove. La Law Reform Commission irlandese sta preparando raccomandazioni proprio sul divieto di finanziamento esterno. Le attendevamo in primavera, arriveranno dopo l’estate. Se il divieto cadesse, si aprirebbe la strada a molte più cause. Non solo contro Microsoft, ma contro l’intero settore. Nel frattempo, le organizzazioni abilitate a presentare azioni collettive in Irlanda sono salite da tre a cinque, e a livello europeo il numero di enti registrati continua a crescere.