caregiver

I dati Istat 2024

Sono 12,3 milioni. Ecco l’esercito invisibile dei caregiver

Quasi un adulto su 4 assiste un familiare convivente o una persona esterna alla propria casa. Su donne, lavoratori e Isole il carico più pesante.

Francesca torna a casa dall’ufficio, posa frettolosamente la borsa, saluta la famiglia ed esce di nuovo. Sua madre ha una visita e nessuno può accompagnarla. Tocca a lei. Quella di Francesca non è un’eccezione. È la condizione di milioni di persone che, ogni giorno, assistono un genitore, un coniuge, un figlio o un’altra persona fragile. Sono i caregiver: un esercito silenzioso che tiene insieme cure, lavoro, famiglia e incombenze quotidiane. Un esercito senza contratto, senza tutele omogenee e spesso senza nemmeno un nome riconosciuto dalle istituzioni.
Secondo l’indagine Istat “Aiuti dati, ricevuti e reti di solidarietà”, riferita al 2024, i caregiver in Italia sono 12 milioni e 300mila, il 24,9% della popolazione adulta. Quasi un maggiorenne su quattro.

I dati

L’indagine considera i maggiorenni e adotta una definizione più ampia della cura: include l’assistenza a un convivente con problemi di salute, ma anche attività rivolte a persone non conviventi, come accompagnamento, compagnia, aiuto domestico, pratiche burocratiche, prestazioni sanitarie e preparazione dei pasti.

È però la più recente fotografia ufficiale disponibile e restituisce con chiarezza la dimensione sociale del fenomeno.

Sono 9,6 milioni le persone che assistono qualcuno che non vive nella loro casa. Altre 4,4 milioni si prendono cura di un familiare convivente con problemi di salute. E 1,7 milioni sostengono entrambi i carichi: assistono dentro e fuori dalla propria famiglia, sommando la cura del convivente a quella di un genitore, di un parente o di un’altra persona non coabitante.

Chi sono i caregiver

Le donne restano la maggioranza: sono 6 milioni e 946mila, il 56,3% del totale. Gli uomini sono 5 milioni e 384mila.

Il carico della cura attraversa tutte le generazioni, ma raggiunge il suo massimo tra i 55 e i 64 anni: in questa fascia, oltre 3 persone su 10 forniscono aiuto a conviventi o non conviventi. È l’età in cui, spesso, si lavora ancora e contemporaneamente ci si prende cura di genitori anziani, figli e nipoti.

Non sono però coinvolti soltanto gli adulti maturi. Tra i 18 e i 24 anni sono oltre 1,1 milioni le persone che prestano aiuto. Un dato che dice quanto la responsabilità della cura possa entrare presto nella vita di ragazzi e ragazze, anche quando sarebbero nel pieno dello studio, della formazione e dell’ingresso nel mondo del lavoro.

Quattro milioni dedicano alla cura almeno venti ore a settimana

La differenza non la fa soltanto il numero delle persone coinvolte, ma il tempo che la cura richiede.

Tra i caregiver, 3 milioni e 930mila persone, il 31,9%, dedicano all’assistenza almeno venti ore alla settimana. Un impegno che, nei fatti, può equivalere a un secondo lavoro. Tra le donne la quota sale al 33,4%, contro il 29,9% degli uomini.

Il peso aumenta con l’età. Tra le persone che hanno almeno 75 anni e prestano cura, il 41,6% supera le venti ore settimanali. E per le donne che assistono un convivente con problemi di salute, il carico intenso raggiunge il 42,8% nella fascia tra 55 e 74 anni e il 47,6% oltre i 75 anni.

La cura familiare non si esaurisce quindi nella disponibilità occasionale o nel favore prestato a un parente. Per milioni di persone diventa una parte stabile dell’organizzazione della giornata, spesso difficile da conciliare con il reddito, il lavoro e la propria salute.

Lavorare e assistere: il doppio impegno

Più della metà dei caregiver è occupata: 6 milioni e 363mila persone. Il dato non attenua il problema, semmai lo rende più evidente. L’assistenza non riguarda soltanto chi è fuori dal mercato del lavoro: entra negli orari, nelle ferie, nelle assenze e nelle possibilità di carriera di chi lavora.

Tra le donne occupate che forniscono aiuto, il 16,6% assiste contemporaneamente persone conviventi e non conviventi. Per gli uomini la quota si ferma all’11,5%. E tra chi cura un familiare convivente con problemi di salute, almeno venti ore settimanali di assistenza riguardano il 26,1% delle donne occupate, quasi il doppio del 13,9% degli uomini occupati.

Il lavoro di cura continua dunque a gravare soprattutto sulle donne, anche quando sono pienamente inserite nel mercato del lavoro. È uno dei nodi meno visibili delle disuguaglianze: non compare in busta paga, non viene conteggiato nel Pil, ma condiziona le scelte professionali e la disponibilità di tempo di milioni di famiglie.

Il Mezzogiorno e il carico più pesante

Il divario territoriale non riguarda soltanto il numero dei caregiver, ma l’intensità dell’assistenza.

Nelle Isole il 39% di chi presta cura supera le venti ore settimanali, contro il 31,9% della media nazionale. Nel Sud la quota è del 34,9%; nel Nord-est scende al 29,2% e nel Nord-ovest al 28,3%.

Il dato non basta, da solo, a dimostrare un rapporto di causa-effetto con la qualità o la disponibilità dei servizi pubblici. Ma segnala con nettezza dove il peso della cura gratuita è più gravoso e dove la famiglia è chiamata più spesso a sostenere una parte decisiva dell’assistenza.

Un welfare fondato sulla disponibilità delle famiglie

I caregiver non sono una categoria astratta. Sono figli che accompagnano una madre dal medico, coniugi che assistono un partner malato, fratelli e sorelle che gestiscono pratiche e visite, giovani che aiutano i nonni, lavoratrici che comprimono il proprio tempo per garantire a qualcuno ciò che i servizi non riescono sempre ad assicurare.

L’affetto e il senso di responsabilità non possono essere messi in discussione. Ma non possono neppure diventare l’alibi di un welfare che dà per scontata la disponibilità delle famiglie.

Dietro i 12,3 milioni di caregiver ci sono milioni di ore di assistenza gratuita. Riconoscerle, misurarle e sostenerle non significa trasformare i legami familiari in un servizio. Significa smettere di fingere che la cura sia una risorsa infinita, invisibile e senza costo.

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