Welfare

Allarme asili: il Pnrr non basta. Tutti i numeri.

Uno dei buchi neri del sociale è quello degli asili nido. C’è posto per meno di un bambino su tre. Mancano oltre 600mila posti.

I dati sulla natalità in picchiata meritano un contesto. Ed è quello del supporto, in termine di servizi sociali, che pubblico e privato garantiscono alle famiglie. C’è il fronte dei congedi, dove le aziende si trovano spesso a fare supplenza rispetto alle risorse pubbliche (per esempio, arrotondando al 100% la retribuzione del congedo di maternità). C’è il fronte sanità. Laddove le prime visite spesso sono a pagamento, perché non c’è spazio nel pubblico. E soprattutto c’è il fronte asili nido. Proviamo a capire cosa manca oggi in Italia.

Quello degli asili nido è stato uno dei temi maggiormente discussi rispetto alla definizione del Piano nazionale di ripresa e resilienza. Un piano che aveva posto degli obiettivi per rimettere l’Italia al passo con la media europea. Se l’Italia è indietro ci sono diverse ragioni: economiche, sociali e culturali. A che punto siamo?

Lo stato dell’arte sul PNRR

Al momento sono state spese meno del 50% delle risorse previste. E questo segue un ritardo che ha riguardato anche le prime due milestone, ovvero l’approvazione della classifica degli interventi e l’aggiudicazione dei contratti veri e propri. 5 miliardi le risorse previste, di cui 4,7 proprie del Pnrr. Il tutto per un totale di 3849 progetti. Le risorse pro capite più significative sono per Molise (270 euro), Calabria (218 euro), Abruzzo (200 euro), Basilicata (152 euro), Trentino-Alto Adige (141 euro), Campania (135 euro). Il primato per numero di progetti va invece a Campania (613), Calabria (427), Lombardia (352) e Puglia (335). A raccontarlo il monitoraggio della Fondazione Open Polis.

Il quadro attuale

Il dato dell’attuale copertura è del 31,6%. Significa che più di due terzi dei bambini italiani non ha possibilità di avere un posto nido. Un dato inferiore anche a quello previsto dai Livelli essenziali delle prestazioni, che è fissato a quota 33%. L’Unione europea invece pone un’asticella più alta, quella del 45%. E qui arriva il tasto dolente: anche con il raggiungimento degli obiettivi Pnrr si rimarrebbe dieci punti sotto questo target, intorno al 35%. In numeri assoluti, per raggiungere il 100% della copertura, mancherebbero comunque oltre 650mila posti. Un approfondimento sul tema lo ha fatto il quotidiano La Stampa.

Le differenze territoriali

Secondo i dati Istat, riferiti al 2024, la regione più virtuosa è l’Umbria, che sfiora il 50% di copertura. Sono sopra il 40% anche Valle d’Aosta, Emilia-Romagna e Toscana. Gli altri sono tutti sotto: Lazio al 39%, Sardegna al 38%, Lombardia al 37% e via dicendo. In fondo alla classifica Campania e Sicilia, appaiate al 15%. Poco sopra la Calabria, poi la Puglia. Il dato per macro-aree è eloquente: Nord-ovest 36,6%, Nord-est: 39,1%, Centro: 40,4%, Sud: 19%.

Privato vs Pubblico

Tutti questi dati sono però misti. Ovvero includono sia la quota di posti negli asili nido pubblici, sia la quota degli asili nido privati. E a livello nazionale i secondi superano i primi come “capienza”. Sono 174.223 posti privati contro 166.877 pubblici (51,1% vs 48,9% del totale), su 341.100 posti complessivi.

 

I dati dei nidi regione per regione
I dati dei nidi regione per regione. Fonte Istat.

Le regioni dove prevale nettamente il pubblico: Valle d’Aosta (765 vs 123, il pubblico è oltre 6 volte il privato), Trento (3.901 vs 662), Emilia-Romagna (25.462 vs 11.039, +131%), Molise (745 vs 420), Toscana (14.593 vs 11.145), Marche (5.353 vs 3.194), Piemonte (13.562 vs 9.841).

Le regioni dove prevale nettamente il privato: Calabria (4.366 vs 1.658, il privato è quasi 3 volte il pubblico), Puglia (9.782 vs 5.319, +84%), Veneto (19.894 vs 11.670, +70%), Lombardia (42.800 vs 28.949, +48%), Umbria (3.419 vs 2.978), Friuli-Venezia Giulia (4.998 vs 2.870), Sardegna (4.916 vs 3.311).

In altre la situazione sostanzialmente equilibrata: Liguria (4.327 vs 4.162), Lazio (21.044 vs 21.501, praticamente pari), Basilicata (1.163 vs 1.064), Abruzzo (3.077 vs 3.459), Sicilia (7.426 vs 7.222).

 

Non solo le strutture

Un altro nodo è quello degli educatori mancanti. In queste settimane sono stati diverse le denunce delle associazioni di categoria. La Fondazione Agnelli parla di circa 25mila educatori mancanti. A soffrirne maggiormente è il privato, a causa degli stipendi più bassi. Lo denuncia anche Assonidi: “Da anni chiediamo un confronto sul futuro dei servizi educativi per la prima infanzia”, sottolinea la presidente Federica Ortalli. “Continuiamo a segnalare la carenza di personale, l’aumento dei costi di gestione e le difficoltà che gravano sulle strutture private. È arrivato il momento di passare dagli annunci ai fatti: il futuro dei nidi e delle famiglie italiane non può più attendere”.

Lo scenario

Il contesto è quello di un Paese in cui il welfare familiare si è progressivamente indebolito, e quello statale non ha saputo crescere quanto avrebbe dovuto. Se si diventa genitori quando si è più avanti con gli anni anche i nonni sono più anziani, quando ci sono. Se il lavoro è precario, il welfare è inconsistente. Tutte tessere di un mosaico che disegna fragilità.

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