L’Italia è un Paese per uomini, ma non è un Paese per padri. Lo dicono i dati. Anzi lo dicono le stesse leggi che regolano doveri e diritti legati alla paternità. Il primo dato è già emblematico: la madre ha diritto a cinque mesi di maternità obbligatoria, il padre ha diritto a dieci giorni. Il rapporto è di uno a quindici. Una sproporzione enorme. E un diritto che – ovviamente – riguarda solo i lavoratori dipendenti.
L’impatto di queste scelte, eredità di epoche diverse della nostra storia sociale e politica, ha un riflesso implicito ed esplicito sulla vita delle donne, perché è su di loro che ricade automaticamente la cura familiare. Il welfare silenzioso. Il welfare necessario. Un welfare diseguale.
Il divario aumenta se si allarga lo sguardo. Se si analizzano diritti e supporti previdenziali per i liberi professionisti, parlando solamente dei primi mesi di vita di un figlio, il quadro è drammatico. Laddove i diritti delle stesse madri sono fragilissimi, per i padri quei diritti sono inesistenti.
Un libero professionista non ha alcun diritto alla paternità obbligatoria. Punto. Non è l’unico diritto mancante per questa categoria che è circa un quarto del totale dei lavoratori nel nostro Paese. E la madre? La maternità non è obbligatoria per una lavoratrice autonoma. Per le lavoratrici dipendenti il congedo di maternità è un’astensione obbligatoria dal lavoro, per le autonome l’indennità è compatibile con la prosecuzione dell’attività lavorativa, quindi non c’è un obbligo di fermarsi. Non esiste un datore di lavoro che formalizza l’astensione: è la lavoratrice stessa a decidere come gestire il periodo. Questo significa, di fatto, che la tutela economica potenziale non garantisce automaticamente la tutela effettiva.
Certo, la mamma in partita iva può godere di alcuni diritti. C’è una soglia minima che a seconda dell’appartenenza a Inps o un’altra cassa può variare parecchio: 534 euro mensili per la minima, mentre sono 58 euro al giorno per artigiane e commercianti. Mancano, in ogni caso, tre tasselli fondamentali: automaticità piena, divieto di licenziamento e astensione obbligatoria.
Il tema dei padri invece è tutta un’altra storia. La paternità esiste come strumento puramente alternativo. Se la madre muore, sta male o abbandona il figlio allora il padre può chiedere l’attivazione del proprio diritto. Altrimenti no. E comunque lo può fare con delle limitazioni.
Per la Gestione separata INPS, il padre può – al posto della madre – chiedere fino a cinque mesi con un’aliquota dell’80% del reddito percepito. Poi prendiamo, ad esempio le casse previdenziali più grandi: Enpam è la casa dei medici, conta poco meno di 400mila iscritti, la Cassa forense ha oltre 230mila avvocati, Enasarco è composta da 210mila agenti di commercio, mentre Inarcassa ha 175mila ingegneri e architetti iscritti.
In tutti esiste il meccanismo dell’alternativa, come per l’Inps, con piccole differenze. Partiamo da Enasarco, che non parla proprio di possibili supporti alla paternità. Nulla. Cassa Forense, come recita l’articolo 19 del Regolamento per l’erogazione dell’assistenza, prevede che la paternità spetti al padre iscritto solo nel caso in cui la madre non abbia diritto all’indennità di maternità (morte o grave infermità della madre, abbandono, affidamento esclusivo al padre). Durata: tre mensilità successive all’evento. Importo: 80% dei 3/12 del reddito professionale netto prodotto nel secondo anno anteriore all’evento, con un minimo agganciato alle tabelle INPS e un massimo pari a tre volte quel minimo.
Per medici e odontoiatri iscritti a Enpam c’è la stessa logica “alternativa”: spetta al padre per il periodo che sarebbe spettato alla madre libera professionista (o per la parte residua) in caso di morte, grave infermità, abbandono o affidamento esclusivo; oppure, per adozione e affidamento, in alternativa alla madre che non ne faccia richiesta. È l’unica delle tre a mantenere la stessa base di calcolo della maternità: l’80% di 5/12 del reddito, quindi potenzialmente fino a cinque mesi anziché tre, e la stessa regola di compatibilità con il proseguimento dell’attività professionale.
Inarcassa, ovvero ingegneri e architetti, ha modificato il regolamento interno nel 2018. È la più ampia delle tre nella condizione di accesso: spetta quando la madre – lavoratrice o non lavoratrice – non ha diritto ad analoga indennità, non solo nei casi estremi (morte, abbandono o malattia grave) ma anche semplicemente se la madre non lavora o non è tutelata da nessuna gestione. Copre i tre mesi successivi all’evento. L’importo però è più basso in proporzione: 3/12 del 60% del reddito professionale.
Sono quattro esempi, che ovviamente raccontano una parte del tutto. Ma la raccontano in modo decisamente chiaro.