don Antonio Mazzi

Il lutto

Morto don Mazzi, fondatore della comunità Exodus

Addio al prete che aiutava gli ultimi. Un omaggio trasversale. Mattarella: “Ha reso una testimonianza di impegno sociale e civile”.

Se n’è andato nella sua casa dentro il Parco Lambro, la stessa terra dove negli anni Settanta vedeva i ragazzi bruciarsi con l’eroina e decise che la sacrestia non gli bastava più. Da lì nacque Exodus.

Non era un prete da omelie. Si definiva un “prete matto, borderline”.  E lo diceva con orgoglio. Girava per strada, non aspettava che i ragazzi arrivassero in chiesa. Il recupero, per lui, era una relazione prima che un servizio.

Ecco perché la sua storia racconta qualcosa di preciso sul terzo settore italiano: non è nato a tavolino, è nato per strada, da chi ha visto un problema prima che qualcuno lo mettesse in un rapporto ministeriale. Don Mazzi diceva spesso che non era stato lui a salvare i suoi ragazzi, ma il contrario. Il vero volontariato funziona quando smette di essere carità e diventa scambio.

Il cordoglio di oggi lo conferma meglio di ogni analisi: trasversale. “Ha reso una testimonianza di impegno sociale e civile, vigoroso e spesso coraggioso, nella formazione dei giovani, nella creazione di ambienti e di occasioni, spesso innovative, di solidarietà e di amicizia. Alla sua comunità, ai suoi ragazzi esprimo la solidarietà e la vicinanza della Repubblica”, l’omaggio del presidente Mattarella.

L’ultimo messaggio che ha lasciato don Antonio Mazzi non parla di comunità, di dipendenze, di politiche sociali. Parla di sogni: che si abbiano 15 anni o 80, non bisogna smettere di farne. Lunedì, ai suoi funerali in Sant’Ambrogio, non ci sarà una cerimonia in tono minore – ci saranno i canti e la musica dei suoi ragazzi. Il prete matto, in fondo, aveva chiesto proprio questo.

 

Caregiver, l'intervista

“Una risposta dopo anni di attesa su cui costruire altri interventi”

Via libera alla Camera alla legge che ora andrà al Senato. Il parere del presidente della commissione Affari sociali, Ugo Cappellacci.

La testimonianza da Torino

La vita invisibile dei caregiver: “Non possiamo essere lasciati soli”

Non esistono pause, giorni liberi o notti di riposo. La vita di una caregiver che ha dovuto rinunciare a lavoro e autonomia per la cura

A Palermo

Dal carcere al lavoro, 10 anni di “Rigenerazioni”: positivo il 77% dei percorsi

Nata nel 2016 dentro il carcere Malaspina, con Cotti in Fragranza, la cooperativa ha avviato direttamente 101 percorsi di inserimento lavorativo. Una rete che oggi

Il progetto dell'Asl di Torino

Giovani caregiver: serve flessibilità e ascolto a scuola

Gli studenti mettono a fuoco i bisogni di chi assiste un familiare: sostegno psicologico, aiuti pratici e tempo per sé.