Francesca è tornata a casa dall’ufficio, ha poggiato frettolosamente la borsa, si è data una rinfrescata, ha poi salutato la famiglia ed è uscita di nuovo. Sua madre ha una visita, nessuno la può accompagnare, tocca a lei farlo. Questa condizione non è un’eccezione, è la regola. Francesca è una caregiver e fa parte di un vero e proprio esercito di almeno 7 milioni di persone. “Invisibili”, perché la loro attività, che è quotidiana e permanente, è come se non fosse vista. Eppure è un’opera fondamentale e, soprattutto, strutturale, che contribuisce in maniera determinante ad alleggerire i servizi sanitari pubblici.
I dati mancanti
Da sei anni non ci sono dati aggiornati, gli ultimi disponibili fanno riferimento all’indagine europea sulla salute 2019 dell’Istat e la nuova rilevazione del 2025 non ha ancora visto i dati pubblicati. Quindi quelli disponibili a oggi ci dicono che 7,014 milioni di persone di almeno 15 anni fornivano cure o assistenza almeno una volta alla settimana – prevalentemente a familiari – con problemi dovuti all’invecchiamento, a patologie croniche o a infermità. Il 13,5% della popolazione di riferimento. Si tratta di una stima campionaria, la cui definizione statistica è più ampia di quella legale, quindi non misura quanti sarebbero giuridicamente riconosciuti come caregiver.
Chi sono i caregiver
In prevalenza donne (4,746 milioni, il 59,4%) mentre gli uomini sono 3,246 milioni, il 40,6%. Il caregiving raggiunge la massima diffusione tra i 55-64enni (25,3%) e i 45-54enni (23,5%). Nella fascia 15-24 anni risultano 324 mila persone che prestano assistenza almeno settimanale, di cui 282 mila prevalentemente a familiari.
La maggior parte dichiara un impiego nel caregiving di meno 10 ore settimanali, ma uno su tre (2milioni 367mila persone) impiega 20 o più ore a settimana.
Sono distribuiti in maniera omogenea lungo tutto il Belpaese: 14,0% nelle Isole, 13,2% nel Nord-ovest, 13,1% al Centro, 12,9% nel Nord-est e 12,4% al Sud. Ma il divario riguarda il carico: dedica almeno 20 ore settimanali all’assistenza il 36,3% dei caregiver nel Sud e il 34,1% nelle Isole, contro il 26,8% nel Nord-ovest, il 23,4% nel Nord-est e il 27,0% al Centro. Laddove i servizi pubblici sono più carenti, il caregiver è per forza di cose maggiormente impegnato.
A livello regionale la Sardegna vede il 19,3% di persone che assiste prevalentemente familiari. In fondo alla “classifica” il Molise, con il 10,8%. L’Umbria (16,8%) è fra i valori più alti mentre la Campania è all’11,9%, ma il 36,6% dei caregiver raggiunge almeno 20 ore settimanali.
Il 43,5% dei caregiver tra 18 e 64 anni non è occupato
La rilevazione Istat sulla conciliazione fra cura e lavoro, riferita però al 2018, è basata su un perimetro più stretto rispetto all’indagine del 2019 ma serve a osservare il rapporto con il lavoro. Chi, tra i 18 e i 64 anni, si occupa regolarmente di familiari di almeno 15 anni malati, disabili o anziani per il 56,5% è occupato, mentre il 6,5% cerca lavoro e il 37,0% è inattivo.
In particolare il dato riguarda le donne di 45-64 anni: fra quelle con responsabilità di cura verso adulti non autosufficienti è occupato il 49,7%, untasso di quasi 4 punti percentuali più basso rispetto alle coetanee senza la stessa responsabilità.
Ma la difficoltà non riguarda soltanto l’accesso al lavoro. Tra gli occupati, segnala almeno un problema di conciliazione il 34,4% di chi assiste soltanto familiari adulti malati, disabili o anziani. La quota sale a quasi il 42% per chi deve occuparsi contemporaneamente di figli minori e familiari non autosufficienti.
Quella di Francesca, in definitiva, è la situazione in cui si trovano milioni di persone in Italia. Tanto a Milano quanto a Palermo, tanto per poche ore quanto da farne un contratto part-time o più. A 15 anni ben in età pensionabile. Un esercito di assistenti mossi da affetto, rispetto, buona volontà e amore verso il prossimo. Un esercito che merita di essere considerato per l’opera quotidiana che comunque farà. Anche se si sentirà invisibile agli occhi delle istituzioni.