Ci sono giornate che iniziano molto prima di entrare in ufficio. Una madre anziana da aiutare ad alzarsi, un marito da accompagnare a una visita, un figlio con disabilità che ha bisogno di assistenza. Poi il lavoro, le telefonate, gli imprevisti, la preoccupazione di non riuscire a essere presenti dove serve. E magari, alla fine della giornata, la sensazione di non aver fatto abbastanza.
È la quotidianità di milioni di persone che in Europa tengono insieme due responsabilità fondamentali: lavorare e prendersi cura di qualcuno. Persone che spesso non si definiscono nemmeno caregiver, perché assistere chi si ama sembra semplicemente qualcosa che si deve fare. Eppure, dietro questa normalità si nasconde una delle grandi questioni sociali ed economiche del nostro tempo: chi si prende cura di chi cura?
A riportarla al centro del dibattito europeo è Eurocarers, la rete che rappresenta i caregiver informali, con il position paper Work-Life-Care Balance & Flexibility, pubblicato in occasione della Giornata europea dei caregiver 2026.
Il documento analizza l’applicazione della direttiva europea del 2019 sull’equilibrio tra vita professionale e privata, evidenziando i progressi compiuti, ma soprattutto la distanza che ancora separa i diritti riconosciuti sulla carta dalla possibilità concreta di esercitarli.
Un europeo su cinque presta assistenza. E il peso ricade soprattutto sulle donne
Secondo i dati dell’Istituto europeo per l’uguaglianza di genere (EIGE), richiamati nel rapporto, un adulto su cinque nell’Unione europea presta assistenza informale di lungo periodo.
Non si tratta soltanto di persone anziane che assistono il coniuge. Tra i 25 e i 54 anni, nel pieno della vita lavorativa, si registra una particolare esposizione alle forme più intense di assistenza, quelle che superano le 35 ore settimanali.
È un impegno che può arrivare a occupare quanto un secondo lavoro. Con una differenza sostanziale: non prevede uno stipendio, ferie o una pensione. E a sostenerlo sono soprattutto le donne.
La distribuzione diseguale delle responsabilità di cura continua infatti a condizionare le scelte professionali femminili. Riduzione dell’orario, rinuncia a una promozione, passaggio al part-time o abbandono definitivo dell’occupazione sono spesso le conseguenze di un sistema che considera ancora l’assistenza familiare una questione privata. Le ricadute non si esauriscono nell’immediato. Meno lavoro significa meno reddito, minori contributi e pensioni più basse.
Secondo Eurostat, nel 2024 la pensione media delle donne nell’Unione europea era inferiore del 25% rispetto a quella degli uomini. Un divario che ha cause diverse, ma al quale contribuiscono anche le interruzioni delle carriere e la distribuzione diseguale del lavoro di cura. Il rischio è che il prezzo dell’assistenza venga pagato due volte: durante la vita lavorativa e nella vecchiaia.
Cinque giorni all’anno. E spesso bisogna rinunciare allo stipendio
Nel 2019 l’Unione europea ha compiuto un passo importante approvando la direttiva 2019/1158, che per la prima volta ha introdotto garanzie minime specifiche per i lavoratori con responsabilità di assistenza. Tra queste, il diritto ad almeno cinque giorni lavorativi di congedo all’anno per prendersi cura di un familiare o di una persona convivente che necessiti di assistenza significativa per gravi ragioni mediche. Un riconoscimento fondamentale, ma con un limite evidente: la direttiva non obbliga gli Stati membri a retribuire quei giorni.
Il risultato è un’Europa a più velocità.
Secondo la ricognizione di Eurocarers sui 27 Paesi dell’Unione, 15 prevedono congedi non retribuiti, sette riconoscono una compensazione parziale e soltanto cinque garantiscono il pagamento integrale della retribuzione nell’ambito delle misure esaminate. Anche la durata cambia sensibilmente. Sedici Paesi prevedono congedi superiori al minimo europeo, mentre undici si fermano ai cinque giorni.
In Francia il congedo può arrivare a tre mesi, con un’indennità giornaliera forfettaria. In Svezia sono previsti fino a 100 giorni, ma il beneficio è riservato all’assistenza di persone affette da malattie gravi che mettono in pericolo la vita. In Italia, invece, il rapporto richiama i tre giorni mensili di permesso retribuito previsti dalla legge 104 del 1992 per l’assistenza a familiari con disabilità grave, utilizzabili anche in forma oraria secondo le regole applicabili.
Sono strumenti differenti, con requisiti e condizioni che non consentono di confrontare i sistemi nazionali soltanto contando i giorni disponibili. Ma il problema di fondo rimane.
Per chi percepisce uno stipendio basso, rinunciare anche a pochi giorni di retribuzione può essere impossibile. E così un diritto formalmente riconosciuto rischia di diventare un’opportunità riservata a chi può permettersela. È uno dei messaggi più netti del rapporto: un congedo non retribuito può trasformarsi in un diritto vuoto.
Il paradosso europeo: lavorare di più e assistere di più
La questione non riguarda soltanto le famiglie. Riguarda la tenuta del mercato del lavoro e, più in generale, dei sistemi di welfare. Da una parte, l’Europa deve fare i conti con l’invecchiamento della popolazione, la carenza di personale in diversi settori e la necessità di sostenere la partecipazione al lavoro.
Dall’altra, proprio l’invecchiamento aumenta il bisogno di assistenza, scaricando una parte significativa di questa responsabilità sulle famiglie. Il rapporto Eurocarers mette in evidenza questa contraddizione: chiediamo alle persone di lavorare di più per sostenere il sistema sociale e, contemporaneamente, di dedicare più tempo alla cura per compensare le carenze dello stesso sistema. Due aspettative che, senza servizi e tutele adeguate, diventano difficilmente conciliabili.
Le conseguenze sono già visibili.
Una ricerca di Carers UK stima che nel Regno Unito, nell’arco di due anni, circa 1,1 milioni di persone abbiano dovuto lasciare un impiego retribuito per occuparsi di qualcuno. L’equivalente di oltre 1.500 persone al giorno. È un dato britannico, non estendibile automaticamente all’intera Unione europea, ma restituisce la dimensione di un fenomeno che non può più essere considerato marginale.
E le prospettive demografiche rendono il tema ancora più urgente. Secondo le proiezioni della Commissione europea riportate da Eurocarers, il numero di persone con più di 50 anni potenzialmente bisognose di assistenza a lungo termine nell’Unione potrebbe passare da 36 milioni nel 2025 a 48 milioni nel 2070. Dodici milioni in più.
Dietro queste cifre ci sono altrettante storie familiari, nuove esigenze di assistenza e lavoratori chiamati a trovare un equilibrio sempre più difficile.
Quando per assistere qualcuno bisogna prima superare la burocrazia
C’è poi un ostacolo meno visibile, ma altrettanto concreto: l’accesso ai diritti.
Non basta che una misura esista. Bisogna poterla utilizzare senza affrontare procedure sproporzionate, requisiti eccessivamente restrittivi o tempi incompatibili con le necessità della persona assistita.
Eurocarers richiama, tra gli altri, proprio il caso italiano.
L’accesso ai permessi della legge 104 per assistere una persona è legato al riconoscimento della disabilità grave secondo l’articolo 3, comma 3. Un passaggio che richiede un accertamento amministrativo e che può lasciare le famiglie in difficoltà nella fase iniziale, quando il bisogno di assistenza è già presente ma il riconoscimento non è ancora arrivato.
È una contraddizione che molte persone conoscono bene: la malattia non aspetta i tempi degli uffici. Il rapporto sottolinea inoltre che alcuni sistemi nazionali adottano definizioni troppo ristrette delle persone che possono essere assistite.
Eppure, oggi, le reti di cura non coincidono sempre con la famiglia tradizionale. Ci sono amici che si occupano di amici, vicini che aiutano persone sole, legami di solidarietà che diventano indispensabili soprattutto dove mancano servizi territoriali adeguati.
In Estonia, per esempio, il congedo può essere utilizzato per assistere una persona indipendentemente dal rapporto di parentela o dalla convivenza. Anche nei Paesi Bassi vengono riconosciute, a determinate condizioni, relazioni di cura che coinvolgono amici e vicini.
Esperienze che mostrano come sia possibile costruire tutele più vicine alla realtà delle persone.
La flessibilità non è un privilegio. A volte è ciò che permette di continuare a lavorare
Uno dei passaggi più significativi del report 2026 riguarda l’organizzazione del lavoro. Chi assiste una persona fragile sa che le necessità non seguono un calendario prestabilito. Una visita può essere anticipata, una terapia modificata, una condizione di salute peggiorare improvvisamente.
In queste situazioni, poter entrare al lavoro un’ora dopo, utilizzare un permesso frazionato o lavorare temporaneamente da casa può fare la differenza tra conservare un impiego e dovervi rinunciare. La direttiva europea riconosce ai caregiver il diritto di chiedere modalità di lavoro flessibili, come il lavoro a distanza, la modifica degli orari o la riduzione dell’attività lavorativa.
Ma chiedere non significa ottenere.
Il datore di lavoro deve esaminare la richiesta e motivare un eventuale rifiuto, senza essere necessariamente obbligato ad accoglierla. Eurocarers propone per questo di rafforzare la tutela, passando dal semplice diritto di presentare una domanda a un diritto sostanziale alla flessibilità, disciplinato in modo da renderlo concretamente esercitabile.
Non significa ignorare le esigenze organizzative delle imprese. Significa riconoscere che la conciliazione non può dipendere esclusivamente dalla disponibilità del singolo responsabile o dalla sensibilità del datore di lavoro.
Il rapporto cita anche esperienze aziendali interessanti: dalla formazione dei dirigenti nel Regno Unito e in Scozia alla presenza, in alcune imprese tedesche, di figure interne preparate per orientare e sostenere i dipendenti con responsabilità di cura.
Sono iniziative che dimostrano come un ambiente di lavoro più attento possa essere costruito anche attraverso strumenti organizzativi, informazione e dialogo. Ma, avverte Eurocarers, la flessibilità da sola non può sostituire servizi di assistenza accessibili e di qualità.
Perché lavorare da casa mentre si assiste una persona non autosufficiente non significa necessariamente riuscire a svolgere serenamente entrambe le attività.
La proposta: congedi pagati al 100% e contributi pensionistici tutelati
In vista della valutazione europea prevista per il 2028, Eurocarers presenta una serie di richieste precise.
La principale è introdurre un diritto europeo al congedo per assistenza adeguatamente retribuito, con una compensazione pari al 100% del reddito, accompagnato dalla tutela dei contributi previdenziali. L’obiettivo è evitare che il tempo dedicato alla cura si trasformi in una penalizzazione economica presente e futura.
L’organizzazione propone inoltre sistemi di congedo differenziati: permessi brevi per le emergenze, periodi più lunghi per le situazioni di assistenza continuativa, possibilità di frazionare le assenze e misure di sostegno anche dopo la conclusione dell’esperienza di cura, compreso il supporto nel lutto.
Un’attenzione specifica viene riservata alle piccole e medie imprese, per le quali organizzare sostituzioni e gestire assenze può essere più complesso. Incentivi economici e strumenti di accompagnamento potrebbero aiutare a distribuire in modo più equo i costi di queste tutele.
La revisione della direttiva rappresenterà quindi un passaggio importante per capire se l’Unione intenda rafforzare le garanzie esistenti.
Prendersi cura non dovrebbe significare rinunciare a sé
C’è una dimensione che i numeri, da soli, non riescono a raccontare. È la fatica di chi deve chiedere continuamente permessi. Il timore di essere considerati meno affidabili sul lavoro. La preoccupazione per uno stipendio che diminuisce mentre aumentano le spese. Il senso di colpa di chi vorrebbe fare di più, ma ha già raggiunto il limite delle proprie energie.
Ed è anche il rischio di dare per scontato un lavoro silenzioso che rende possibile la vita di tante altre persone.
La cura ha un valore affettivo profondo, ma ha anche un valore sociale ed economico. Riconoscerlo non significa trasformare i rapporti familiari in prestazioni da contabilizzare. Significa evitare che la solidarietà diventi una ragione per lasciare sole le persone.
Per questo la questione dei caregiver non può essere confinata alle politiche familiari. Interroga il lavoro, la sanità, le pensioni, la parità di genere e il futuro dei servizi pubblici. Soprattutto, interroga l’idea di società che vogliamo costruire.
Una società in cui assistere una persona cara significa sacrificare progressivamente la propria indipendenza economica? Oppure una società capace di condividere la responsabilità della cura, senza costringere nessuno a scegliere tra il proprio lavoro e la salute di chi ama?
La risposta non può essere affidata soltanto alla buona volontà delle famiglie. Perché prendersi cura è un gesto d’amore. Ma poter continuare a vivere, lavorare e progettare il proprio futuro mentre lo si fa dovrebbe essere un diritto.