I dati sono due. Il primo è quello della bocciatura della legge francese che vieta i social ai minori di 15 anni. Il secondo è l’origine di questo stop, ovvero il Consiglio costituzionale – l’equivalente della nostra Corte costituzionale – che è guidata da uno degli uomini storicamente più vicini al presidente Macron: si tratta di Richard Ferrand, già presidente dell’Assemblea nazionale francese e fra gli ispiratori di En Marche.

La prospettiva
Il danno politico per Macron insomma è doppio. Il fallimento di una proposta simbolica, che poneva oltretutto la Francia come apripista europea su un tema delicato. E il rischio di subirne le conseguenze politiche.
Le ragioni
Il Consiglio costituzionale ha dichiarato incostituzionale l’articolo 1 della legge che prevedeva di vietare l’accesso dei minori di 15 anni ai servizi di social network, pronunciandosi in merito a due ricorsi. Lo ha fatto sottolineando due errori: “le disposizioni contestate, da un lato, arrecano una lesione sproporzionata alla libertà di espressione e di comunicazione e, dall’altro, non hanno previsto le garanzie legali proprie ad assicurare il diritto al rispetto della vita privata”, si legge nel comunicato dell’organo.
Le fonti
Viene citato espressamente l’articolo 11 della Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino del 1789, che tutela la libertà di espressione e di comunicazione: “ricordando l’importanza che essa ha assunto per la partecipazione alla vita democratica e l’espressione delle idee e delle opinioni, ricorda che ne deriva la libertà di accedere ai servizi di comunicazione al pubblico online e di esprimersi su di essi”, si legge ancora. E dunque le “limitazioni all’esercizio di questa libertà devono essere necessarie, adeguate e proporzionate all’obiettivo perseguito”.
La tutela del minore
Viene riconosciuta l’esigenza costituzionale di “tutela dell’interesse superiore del minore”, che quindi può essere requisito per limitazioni della libertà di accesso a determinati servizi. Il nodo però è “il divieto di portata generale, avente l’effetto di privare i minori della loro libertà di accesso a numerosi servizi di comunicazione online, senza alcuna considerazione né della situazione del minore né dei rischi propri di ciascuno di questi servizi”. Insomma, il tema è il divieto generalizzato, senza distinguo. Perché possono esistere dei servizi di comunicazione online i cui rischi per la salute e la sicurezza dei minori non sono accertati.
Il ruolo dei genitori
Più articolata la seconda osservazione formulata dalla Corte francese. Non tutti i minori sono uguali, ovvero hanno stesse specificità ed esigenze, quindi i genitori devono poter esercitare la responsabilità genitoriale, anche revocando il divieto, “limitarne la portata o autorizzare l’accesso a determinati servizi”. La legge questo non lo provede.
Il verdetto
Per la Corte guidata da Richard Ferrand, questo provvedimento “arreca alla libertà di espressione e di comunicazione una lesione che non è adeguata, necessaria e proporzionata all’obiettivo perseguito”.
La prospettiva
Il governo proverà a correre ai ripari, proponendo una nuova norma che tenga conto dei rilievi costituzionali. I tempi però sono ristretti. Perché la legislatura francese si concluderà in primavera. Le elezioni dovrebbero essere ad aprile.