C’è un momento in cui le disuguaglianze tra uomini e donne nel mercato del lavoro diventano improvvisamente visibili. È quando arriva un figlio.
Secondo il secondo Rapporto Dedalo, dedicato ai giovani che non studiano, non lavorano e non seguono percorsi di formazione, tra le donne di 15-34 anni che vivono in coppia e hanno figli il tasso di inattività raggiunge il 49,4%. Tra i padri della stessa fascia d’età si ferma all’8,3%. Un divario che racconta più di qualsiasi dichiarazione quanto la maternità continui a rappresentare uno spartiacque nelle carriere femminili.
Eppure i numeri raccontano una realtà più complessa di quella che potrebbe suggerire il solo dato sulla maternità. La nascita di un figlio non crea da sola la disuguaglianza: la rende evidente. Dietro quel 49,4% si accumulano infatti fattori che iniziano molto prima della genitorialità e che, sommati, finiscono per restringere progressivamente le opportunità di molte giovani donne.
Il primo è il capitale educativo della famiglia. Le ricercatrici mostrano come il rischio di esclusione cambi radicalmente a seconda del livello di istruzione della madre. Tra le figlie di donne con bassa scolarizzazione il tasso raggiunge il 72,7%, mentre scende al 16% quando la madre è laureata. Un dato che suggerisce come lo svantaggio sociale non si esaurisca in una generazione, ma tenda a trasmettersi lungo le traiettorie familiari, influenzando aspettative, opportunità e possibilità di partecipazione al lavoro.
A questo si aggiungono il territorio e la cittadinanza. Le regioni del Mezzogiorno continuano a registrare le incidenze più elevate, mentre tra le donne straniere di prima generazione il tasso di NEET supera il 50%. Per quasi tre quarti di loro la principale causa dell’inattività è rappresentata dal lavoro di cura svolto all’interno della famiglia.
Ed è proprio il lavoro di cura il filo rosso che attraversa l’intero rapporto. Tra le giovani donne la condizione di NEET è collegata soprattutto agli impegni di cura familiare, indicati nel 43,8% dei casi, mentre tra gli uomini prevalgono motivazioni legate alla disoccupazione, all’attesa di una risposta dopo una candidatura o allo scoraggiamento. Due universi che raccontano forme molto diverse di distanza dal mercato del lavoro.
Per descrivere queste differenze, il Rapporto Dedalo introduce anche una Scala di gravità, uno strumento che misura quanto una persona sia lontana dal rientro nel mercato del lavoro. L’elemento più significativo riguarda ancora una volta le donne: il 43,1% si trova nel livello di massima gravità, cioè non cerca un’occupazione, non sarebbe disponibile a iniziarla e vive in questa condizione da oltre un anno. Tra gli uomini la quota scende al 13,2%.
Dietro questi numeri agiscono anche fattori culturali. Il rapporto richiama una recente ricerca di Valore D secondo cui molte ragazze interiorizzano già durante l’adolescenza aspettative differenti rispetto ai coetanei maschi. È quello che viene definito “realismo anticipatorio”: la convinzione che la gestione della casa e dei figli ricadrà prevalentemente sulle donne finisce per orientare scelte formative e professionali ancora prima dell’ingresso nel mondo del lavoro.
Il quadro appare ancora più significativo se inserito nel contesto demografico italiano. Mentre il Paese continua a perdere giovani e registra uno dei tassi di natalità più bassi d’Europa, oltre 1,1 milioni di donne tra i 15 e i 34 anni restano fuori da studio, formazione e lavoro. Secondo le stime richiamate dal rapporto, colmare il divario di genere nell’occupazione potrebbe aumentare il Pil pro capite del 3,5% entro il 2050.
Più che descrivere una categoria statistica, il Rapporto Dedalo restituisce il profilo di una fragilità che nasce dall’intreccio di fattori economici, educativi, territoriali e culturali. La maternità ne rappresenta il momento più visibile, ma non l’origine. Se il lavoro di cura continuerà a ricadere quasi esclusivamente sulle donne, il rischio è che quel divario continui a riprodursi, insieme alle disuguaglianze che lo alimentano, anche nelle generazioni future.