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I dati dell'Istat

Giovani in fuga dal Sud: le disuguaglianze italiane

Oltre 313 mila giovani under 35 in meno nel Mezzogiorno dal 2019. Dietro i numeri il futuro di un Paese.

Non è più soltanto una questione di denatalità. Né un semplice fenomeno migratorio. La perdita di oltre 313 mila giovani residenti tra i 18 e i 35 anni nel Mezzogiorno negli ultimi sei anni racconta qualcosa di più profondo: la difficoltà strutturale del Sud di trattenere le proprie energie migliori e di offrire prospettive di vita e di lavoro paragonabili a quelle del resto d’Italia.

Secondo l’elaborazione pubblicata dal Sole 24 Ore su dati Istat, dal 2019 a oggi il numero dei giovani residenti nel Mezzogiorno è diminuito del 7,6%, mentre il Nord registra un incremento vicino al 5%. Il divario territoriale si amplia e assume sempre più i contorni di una trasformazione permanente della geografia italiana.

La Sardegna, insieme a Calabria, Basilicata, Campania, Sicilia e Molise, figura tra le regioni che registrano le perdite più consistenti. Alcune province, come il Sud Sardegna, superano il 13% di riduzione dei residenti under 35, mentre all’estremo opposto territori del Nord-Est registrano incrementi a doppia cifra.

Il costo sociale dell’esodo

Quando un giovane lascia il proprio territorio non si sposta soltanto una persona. Si trasferiscono competenze, capacità innovative, relazioni sociali, possibilità imprenditoriali. Ogni partenza modifica lentamente la struttura della comunità.

Le conseguenze sono visibili.

Nei piccoli comuni diminuisce la popolazione in età fertile, si riduce il numero delle nascite e cresce l’età media. Le scuole perdono iscritti, alcuni servizi vengono ridimensionati e il tessuto associativo fatica a rinnovarsi. Interi territori rischiano di entrare in una spirale di declino nella quale lo spopolamento genera meno servizi e meno servizi producono nuovo spopolamento.

A pagare il prezzo più alto sono anche le famiglie. Molti giovani non partono per scelta, ma perché costretti da un mercato del lavoro incapace di offrire occupazioni qualificate, salari competitivi e percorsi professionali stabili. La migrazione diventa così una strategia di sopravvivenza più che un’opportunità.

Il paradosso economico: il Sud finanzia la crescita del Nord

Esiste un aspetto poco raccontato.

La formazione di un laureato richiede anni di investimenti pubblici: scuola, università, servizi, sanità, infrastrutture. Quando quel capitale umano lascia definitivamente il territorio in cui è cresciuto, il rendimento economico e fiscale di quell’investimento viene raccolto altrove.

Il Mezzogiorno sostiene quindi i costi della formazione, mentre molte regioni del Centro-Nord beneficiano delle competenze già pronte, senza aver sostenuto l’intero percorso educativo.

Il fenomeno riguarda anche il management. L’analisi riportata dal Sole 24 Ore evidenzia come un amministratore d’impresa nato nel Sud su quattro abbia oggi trasferito la propria attività nel Centro-Nord. È un dato che fotografa una perdita non solo quantitativa ma qualitativa: insieme ai giovani emigrano professionalità, capacità organizzative e potenziale imprenditoriale.

Il risultato è un progressivo indebolimento della competitività del Mezzogiorno, che fatica ad attrarre investimenti proprio perché perde le competenze necessarie a generarli.

Una questione politica, non soltanto territoriale

Ridurre tutto a una scelta individuale sarebbe un errore.

Dietro questi numeri emergono politiche industriali discontinue, ritardi infrastrutturali, difficoltà nell’accesso al credito, minori opportunità occupazionali, servizi pubblici spesso meno efficienti e un mercato del lavoro caratterizzato da maggiore precarietà.

La questione meridionale, che molti avevano ritenuto superata, torna invece con forza al centro del dibattito nazionale.

Il rischio è che il divario territoriale diventi irreversibile. Meno giovani significa anche meno contribuenti, meno consumi, meno imprese, minore innovazione e minore rappresentanza politica. È un circolo vizioso che rischia di compromettere la sostenibilità economica e sociale di intere aree del Paese.

Non basta fermare le partenze

L’obiettivo non può essere impedire ai giovani di partire. La mobilità rappresenta una ricchezza in tutte le economie avanzate.

La vera sfida consiste nel creare le condizioni affinché partire sia una scelta e non una necessità. Significa costruire territori capaci di attrarre investimenti, offrire lavoro qualificato, valorizzare università e ricerca, sostenere l’imprenditoria giovanile e favorire il rientro di chi ha maturato esperienze altrove.

Serve una strategia nazionale che guardi al Mezzogiorno non come a un’area da assistere, ma come a una risorsa da valorizzare.

Le rinunce

I numeri raccontano sempre qualcosa, ma non raccontano tutto.

Dietro quei 313 mila giovani in meno ci sono storie personali, famiglie divise, paesi che invecchiano, competenze che si allontanano e speranze che cambiano indirizzo. C’è una generazione che continua a investire su sé stessa, spesso lontano dalla terra in cui è cresciuta.

La vera emergenza non è la mobilità, che è parte naturale di una società aperta. L’emergenza è che, per troppi ragazzi e ragazze del Mezzogiorno, restare significa rinunciare a opportunità professionali, mentre partire significa rinunciare a una parte della propria identità.

Un Paese che perde l’equilibrio tra i suoi territori perde anche una parte della propria coesione. E quando il talento diventa una risorsa che migra in una sola direzione, il problema non riguarda più soltanto il Sud: riguarda il futuro dell’Italia intera.

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