In un’epoca in cui le reti familiari sono sempre più fragili e in cui la distribuzione della ricchezza è sempre più diseguale c’è un tema che ha un forte impatto su tutte le famiglie: l’estate dei bambini. I genitori lavorano, con gli stessi orari dell’inverno, mentre la scuola finisce. Quali sono le opzioni? Quelle dei campi estivi. Pubblici e privati.
Il costo medio settimanale di un camp estivo è di 179 euro, secondo l’indagine Eures-Adoc condotta su circa 200 strutture in otto grandi città. Un dato che – moltiplicato per otto settimane – arriva a raggiungere una cifra vicina ai 1.500 euro per figlio. L’Osservatorio Nazionale Federconsumatori racconta cifre pressoché identiche: 186 euro settimanali per la formula a tempo pieno nel privato, ovvero 744 euro al mese.
Una crescita che supera l’inflazione
Non è sempre stato così. Dal 2023 al 2026, rileva Eures-Adoc, il costo medio settimanale nazionale è passato da 141 a 179 euro: un aumento del 27% in tre anni. Nello stesso periodo l’inflazione si è attestata intorno al 10%. Federconsumatori registra per il solo ultimo anno un aumento del 5,7% sulla tariffa a tempo pieno nel privato.
L’offerta nel frattempo è cambiata: più attività, orari più estesi, qualità organizzativa più strutturata. Questo spiega in parte la dinamica dei prezzi. Ma la domanda cresce anche perché l’alternativa pubblica fatica a coprire l’intera platea.
Le differenze geografiche sono marcate. Come è normale che sia. Al Nord si pagano in media 196 euro a settimana, al Centro 185, al Sud 143. Milano è la città più cara con 233 euro settimanali: quasi 3.600 euro per due figli su otto settimane. Bari la più economica con 137 euro, ma anche lì otto settimane per un figlio costano oltre mille euro.
Il pubblico esiste, ma non basta
Il confronto con le strutture pubbliche è istruttivo. Federconsumatori rileva un costo medio di 99 euro settimanali per i centri estivi comunali a tempo pieno, sostanzialmente stabile rispetto al 2025. La differenza rispetto al privato – quasi 90 euro a settimana – non è marginale. Su due mesi, per un figlio, si tratta di oltre 700 euro.
Il problema non è tanto il prezzo del pubblico, quanto la sua disponibilità. Eures-Adoc documenta come il sistema di supporto comunale sia profondamente disomogeneo: Bologna eroga contributi fino a 300 euro per figlio con Isee fino a 35.000 euro, Milano applica tariffe ridotte nei propri centri, Torino e Firenze calmierano la spesa fino a 95 euro settimanali, Roma delega ai singoli Municipi con risultati difformi, Napoli emette 734 voucher, Bari e Palermo alla data della rilevazione non avevano ancora pubblicato i bandi 2026. Sette città, sette politiche diverse.
Il nodo che torna ogni anno
Sullo sfondo c’è una questione strutturale: la pausa scolastica italiana dura tra le 10 e le 14 settimane, tra le più lunghe in Europa, dove la media si colloca tra sei e otto. Questo significa che il problema della conciliazione tra lavoro e cura dei figli non è un’eccezione stagionale, ma una condizione ricorrente e prevedibile per milioni di famiglie.
In questo spazio il mercato privato ha costruito un’offerta sempre più articolata. Le famiglie che non rientrano nei criteri Isee per i contributi e non possono sostenere i prezzi del privato, rileva Federconsumatori, ricorrono sempre più spesso a soluzioni informali: tate condivise tra più nuclei, ferie programmate a turno tra genitori, aiuto dei nonni. Soluzioni che funzionano, quando la rete c’è. Quando non c’è, il problema resta.
Il welfare familiare estivo, così come è oggi, copre bene gli estremi: redditi molto bassi con accesso ai sussidi, redditi alti con accesso al mercato. La fascia centrale – quella più ampia – si arrangia. Anno dopo anno.