Regole europee uguali per tutti e verifica dell’età direttamente sul dispositivo, anziché sulle singole applicazioni. È la posizione illustrata dalle rappresentanti di Meta, Constanza Andrini e Claudia Trivilino, durante l’audizione alla Camera sulla proposta di regolamento europeo EU Kids Act, dedicata alla tutela dei minori online. Una posizione che condivide gli obiettivi della Commissione europea, ma privilegia una soluzione tecnologica che sposterebbe una parte importante dei controlli fuori dalle piattaforme.
Per Meta, la dimensione transnazionale dei servizi digitali rende indispensabile un quadro normativo comune. Regole differenti nei 27 Stati membri, ha sostenuto l’azienda, complicherebbero gli adempimenti e rischierebbero di indebolire le tutele. Una linea coerente con la decisione annunciata dalla Commissione europea di rinviare di dodici mesi l’esame delle iniziative legislative nazionali sovrapponibili all’EU Kids Act, per evitare la frammentazione del mercato e concentrarsi sui negoziati europei.
Il passaggio più significativo dell’audizione riguarda però la distribuzione delle responsabilità. Meta propone che l’età venga verificata una sola volta, attraverso il dispositivo utilizzato, ricorrendo agli strumenti europei di verifica digitale. Alle applicazioni arriverebbe soltanto un segnale relativo all’età dell’utente, sufficiente a consentirne o impedirne il download, senza richiedere ogni volta documenti o informazioni sull’identità.
La soluzione, secondo l’azienda, garantirebbe maggiore efficacia e tutela della privacy. Risponderebbe inoltre a un limite riconosciuto dalla stessa Meta: nessuno degli attuali sistemi di individuazione dei minori, compresi quelli adottati dalle sue piattaforme, è infallibile.
Ma verificare l’età di chi accede a un servizio è soltanto una parte del problema. L’EU Kids Act interviene anche sull’architettura delle piattaforme, cioè sui meccanismi attraverso i quali vengono progettate le esperienze digitali. Gli articoli 9 e 10 della proposta europea riguardano espressamente le funzionalità che possono incoraggiare un utilizzo compulsivo e i sistemi algoritmici che selezionano e suggeriscono i contenuti.
La Commissione vuole impedire che i servizi destinati anche ai minori siano progettati per favorire un consumo eccessivo. Tra le pratiche individuate figurano la riproduzione automatica e continua dei contenuti, le notifiche che spingono a tornare sulle applicazioni e i meccanismi che premiano la presenza ripetuta. Quanto agli algoritmi di raccomandazione, la proposta impone di privilegiare sicurezza, qualità dei contenuti e benessere psicologico rispetto alle logiche basate sul coinvolgimento dell’utente.
Si tratta di obblighi che chiamano direttamente in causa le aziende, perché riguardano il funzionamento dei servizi che progettano e gestiscono. Una verifica dell’età effettuata a monte, per quanto efficace, non può sostituirli.
Nel suo intervento Meta ha rivendicato anche le misure già adottate per gli adolescenti tra i 13 e i 17 anni, a partire dagli account dedicati introdotti nel 2024: profili privati per impostazione predefinita, limitazioni ai contatti, controlli sui contenuti, promemoria sul tempo trascorso online e protezioni durante le ore notturne. Strumenti che, ha sottolineato l’azienda, richiedono il coinvolgimento dei genitori, chiamati a gestire o rafforzare le impostazioni di sicurezza.
Anche qui emerge un interrogativo. Il controllo parentale è certamente uno strumento di protezione, ma la sua efficacia dipende dalle competenze digitali e dalle possibilità concrete delle famiglie. Non può quindi diventare il principale argine ai rischi prodotti dalle caratteristiche stesse delle piattaforme.
Dall’audizione non emerge un rifiuto di Meta di assumersi responsabilità sulla sicurezza dei minori. L’azienda riconosce la necessità di intervenire e sostiene una regolamentazione comune. Tuttavia, la centralità attribuita alla verifica dell’età sui dispositivi e al ruolo delle famiglie lascia in secondo piano proprio gli obblighi di progettazione che costituiscono uno degli assi portanti dell’EU Kids Act.
È questa la questione che il confronto europeo dovrà chiarire: come ripartire le responsabilità senza confondere il controllo degli accessi con la sicurezza degli ambienti digitali. Perché sapere quanti anni ha un ragazzo è indispensabile per proteggerlo, ma non basta a rendere sicura la piattaforma che utilizza.