Il principio è condiviso: proteggere i minori online. Il percorso – i divieti – ancora no. Google parla per la prima volta del Kids Act e lo fa in audizione alla Camera dei deputati, mettendo in fila una serie di dubbi tecnici sulla proposta di regolamento europea, annunciata poche settimane fa da Ursula von der Leyen. A intervenire a Montecitorio è Martina Colasante, government affairs & public policy manager di Google Italia, che batte con insistenza su un aspetto: serve maggiore flessibilità.
Gli algoritmi non sono il nemico
Il primo passaggio, tecnico ma sostanziale, riguarda gli algoritmi che stanno dietro lo “scrolling”. Ovvero i “sistemi di raccomandazione”. Per Google hanno un ruolo fondamentale. “Senza questi strumenti di indicizzazione – spiega Colasante– gli utenti si troverebbero di fronte a letteralmente miliardi di ore di contenuti non pertinenti. Non personalizzati, per esempio, sulla base della lingua parlata da chi utilizza il servizio. Si troverebbero a fruire di un servizio di fatto inutilizzabile”.
Il ragionamento vale anche per i bambini sotto i 13 anni. L’esempio di riferimento è YouTube Kids, che, sotto certi aspetti, ha ispirato la stessa Commissione europea. Anche lì, pur con contenuti già filtrati, restano ricerca, playlist e memorizzazione della lingua. “All’interno di contesti protetti, costruiti specificamente per i minori e prefiltrati, è necessario che alcune di queste funzionalità siano conservate. Altrimenti il minore si trova di fronte a contenuti casuali, in lingua casuale”.
Il limite di un’ora
La critica più netta riguarda la safety by design e in particolare il tetto tassativo di un’ora di utilizzo. “Capiamo le intenzioni e la ragione, ma non dare nessuna possibilità di deroga ai genitori limita fortemente la potestà genitoriale, le scelte dei genitori sul percorso educativo dei propri figli rispetto alla tecnologia”, sottolineano da Google Italia.
Poi l’esempio concreto. “Una famiglia si siede davanti a YouTube per guardare un cartone, un documentario, qualsiasi prodotto di studio o di intrattenimento. Dopo un’ora deve tassativamente sospendere la visione, perché lo strumento si spegne”. Colasante segnala anche una disparità: altri servizi in abbonamento, musicali o video, offrono un’esperienza simile senza lo stesso vincolo.
Chatbot: coprifuoco, memoria, navigazione
Sui chatbot e sui cosiddetti ai companions resta il tema della rigidità, anche se la norma li tratta diversamente dai social network. Molti meccanismi però permangono: dai limiti orari al coprifuoco notturno. Oltre al divieto di memorizzazione.
Google resta perplessa e Colasante porta un esempio: “È possibile che un adolescente che sta preparando gli esami di Stato abbia bisogno di accedere ai chatbot, che sono anche strumenti di supporto alla didattica, in un orario diverso da quello previsto dal coprifuoco”. Lo stesso vale per la geolocalizzazione: “Noi chiediamo a Gemini, a ChatGPT: portami a casa, dimmi la strada più breve. Bloccando la navigazione, questo utilizzo non è possibile”.
Verifica dell’età e tempi di attuazione
Sull’accertamento dell’età Colasante sottolinea una contraddizione. La norma ammette, per i servizi a basso rischio, una stima al posto della verifica rigida. “Però in concreto non permette di utilizzare nessun tipo di segnale per fare la stima”. Il risultato è che si obbliga “di fatto, per qualunque servizio, anche quelli che non sono considerati rischiosi, a fare la verifica rigida con la carta d’identità”.
L’ultima obiezione riguarda la governance. Google chiede tempo: sei mesi per adeguarsi sono “estremamente poco”, perché si tratta di “ricostruire infrastrutture” e modificare servizi complessi. E arriva una proposta: che il countdown per l’entrata in vigore parta dall’emanazione degli atti delegati.
Il terreno comune
Non mancano però anche gli aspetti su cui Google dà il proprio disco verde. A partire dall’architettura del regolamento. Secondo Colasante, il testo europeo insiste sul controllo parentale e su esperienze adattate all’età e al livello di sviluppo psicofisico del minore. Lo fa, spiega, “ricalcando proprio il modello di funzionamento di YouTube Kids”.Poi c’è il principio dell’approccio basato sul rischio: regole più severe dove il pericolo è maggiore, più leggere dove è minore.
Google porta il proprio contributo da portatore d’interessi. Un punto di vista “pesante”, che bisognerà vedere quanto sarà preso in considerazione dal legislatore.