Ci sono ambienti digitali in cui i più piccoli passano ore ogni giorno. Li frequentano per studiare, giocare, fare amicizia. Eppure nessuno li ha costruiti pensando a loro. Lo scorso settembre la Commissione europea ha presentato l’EU Kids Act, una proposta di regolamento che sposta l’attenzione proprio sul design delle piattaforme. Sul tema la commissione Politiche dell’Unione europea della Camera dei deputati ha avviato un ciclo di audizioni. Fra i soggetti coinvolti anche Save the Children. A margine del suo intervento in Parlamento abbiamo intervistato Giusy D’Alconzo, responsabile delle Politiche sui diritti dell’infanzia di Save the Children.
C’è il tema dell’uso e dell’abuso di schermi e social. È un problema, oltre che un’opportunità?
Ogni generazione ha avuto i suoi ambienti e i suoi strumenti in cui crescere, fare amicizia, formarsi. Per bambini e adolescenti oggi gli spazi digitali sono senz’altro uno spazio della vita quotidiana. Questi ambienti, però, non sono stati progettati per loro. Offrono ai ragazzi tante opportunità, ma anche molti rischi. Questo dipende proprio dal fatto che le caratteristiche di questi strumenti non sempre tengono conto della necessità di garantire ai minori ambienti sicuri e un impatto positivo sul loro benessere.
Ci sono varie proposte in Parlamento e c’è l’iniziativa europea. Qual è il vostro punto di vista come realtà che si occupa di tutelare i diritti dei minori?
Save the Children parte da un’idea: tutti i diritti previsti dalla Convenzione sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza vanno rispettati anche negli ambienti digitali. Il diritto all’istruzione, al gioco, all’informazione sono essenziali. Per questo è fondamentale garantire l’accesso al di là delle possibili disuguaglianze, come ha ricordato lo stesso Comitato sui diritti dell’infanzia. Allo stesso tempo, oggi è essenziale proteggere i minori dai rischi. La Polizia Postale ci ricorda che i casi di adescamento sono in aumento e che l’età delle vittime si sta abbassando.
Avete proposte di merito?
Prima di tutto è necessario costruire un ecosistema intorno ai minori: un’alleanza tra aziende, istituzioni, società civile e famiglie per rendere questi ambienti più sicuri. La proposta della Commissione europea, l’EU Kids Act, dal nostro punto di vista è positiva perché mette al centro il design, cioè la progettazione. È un passo essenziale, perché la responsabilità della sicurezza dei minori online non può ricadere interamente sulle famiglie. Farlo significherebbe solo accrescere le disuguaglianze, perché le famiglie non hanno gli stessi strumenti per affiancare i figli in questi ambienti.
La sicurezza deve partire dalle caratteristiche degli ambienti che le piattaforme e i social media propongono. Tra gli aspetti più importanti dell’EU Kids Act c’è la necessità di evitare o limitare le funzionalità che spingono a un uso eccessivo degli schermi o che portano a compiere transazioni economiche senza piena consapevolezza. Intervenire sulla progettazione rappresenta un cambio di paradigma nella legislazione, e per noi è molto positivo.
Questo è il piano europeo. Poi esiste quello che si può fare in Italia.
Sul piano nazionale, ma non solo, il supporto alle famiglie resta essenziale. Come dicevo, il peso non deve ricadere su di loro. Ma le famiglie vanno informate e rese consapevoli, e per questo servono iniziative specifiche e anche fondi. È una delle nostre richieste per la legge di bilancio.
Il bilancio su Kids Act dunque è positivo?
Senz’altro parliamo di un tassello di un percorso molto lungo, perché l’evoluzione tecnologica è rapidissima. Oggi non sappiamo quali piattaforme avremo a disposizione tra due anni o più. Stiamo assistendo, per esempio, a un rapporto sempre più intenso tra minori e chatbot di intelligenza artificiale, un ambito completamente diverso che deve interrogarci.
Dai nostri dati emerge che i minori usano molto gli strumenti di intelligenza artificiale anche per cercare supporto emotivo. Questo pone nuovi interrogativi. Il percorso è lungo e lo sforzo regolatorio da solo non basta. Però vediamo nascere un dialogo sempre più intenso tra aziende, istituzioni e società civile, e per noi questo è un elemento molto positivo.