Se n’è andato nella sua casa dentro il Parco Lambro, la stessa terra dove negli anni Settanta vedeva i ragazzi bruciarsi con l’eroina e decise che la sacrestia non gli bastava più. Da lì nacque Exodus.
Non era un prete da omelie. Si definiva un “prete matto, borderline”. E lo diceva con orgoglio. Girava per strada, non aspettava che i ragazzi arrivassero in chiesa. Il recupero, per lui, era una relazione prima che un servizio.
Ecco perché la sua storia racconta qualcosa di preciso sul terzo settore italiano: non è nato a tavolino, è nato per strada, da chi ha visto un problema prima che qualcuno lo mettesse in un rapporto ministeriale. Don Mazzi diceva spesso che non era stato lui a salvare i suoi ragazzi, ma il contrario. Il vero volontariato funziona quando smette di essere carità e diventa scambio.
Il cordoglio di oggi lo conferma meglio di ogni analisi: trasversale. “Ha reso una testimonianza di impegno sociale e civile, vigoroso e spesso coraggioso, nella formazione dei giovani, nella creazione di ambienti e di occasioni, spesso innovative, di solidarietà e di amicizia. Alla sua comunità, ai suoi ragazzi esprimo la solidarietà e la vicinanza della Repubblica”, l’omaggio del presidente Mattarella.
L’ultimo messaggio che ha lasciato don Antonio Mazzi non parla di comunità, di dipendenze, di politiche sociali. Parla di sogni: che si abbiano 15 anni o 80, non bisogna smettere di farne. Lunedì, ai suoi funerali in Sant’Ambrogio, non ci sarà una cerimonia in tono minore – ci saranno i canti e la musica dei suoi ragazzi. Il prete matto, in fondo, aveva chiesto proprio questo.