Il volontariato italiano è a un punto di svolta. A dirlo è il nuovo documento di Euricse, “Volontariato e volontariati: tra spinte trasformative e azione di servizio. Un itinerario di riflessione”, curato da Giacomo Pisani . Un documento articolato che prova a rimettere al centro una domanda tanto semplice quanto scomoda: il volontariato oggi è ancora capace di trasformare la società o si limita a gestire l’esistente? La risposta, nelle oltre quaranta pagine del documento, non è consolatoria.
Dalla spinta ideale alla funzione sostitutiva
Nato negli anni Settanta come espressione di partecipazione civica e tensione etica, il volontariato italiano aveva una chiara ambizione: affiancare all’aiuto concreto una critica alle ingiustizie. Figure come Luciano Tavazza e Giovanni Nervo immaginavano un volontariato capace di “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale”, andando oltre la semplice assistenza.
Oggi, però, quello slancio sembra affievolito. Il documento Euricse sottolinea come, nel tempo, molte organizzazioni siano state progressivamente integrate nei sistemi di welfare, assumendo un ruolo sempre più operativo e meno politico. Il rischio, esplicitato con chiarezza, è quello di diventare una risposta tampone alle carenze pubbliche, più che un motore di cambiamento.
“Non solo assistenza, ma giustizia”
È nell’introduzione che il documento fissa uno dei suoi passaggi più significativi: il volontariato non può essere ridotto a erogazione di servizi. “Non è solo assistenza, ma risposta di giustizia”. Una distinzione che ha implicazioni profonde.
Se il volontariato si limita a intervenire sugli effetti delle disuguaglianze, finisce infatti per consolidare lo status quo. Se invece prova a interrogarsi sulle cause, può tornare a essere attore politico – nel senso più ampio del termine – e contribuire a ridefinire le priorità collettive.
Giovani e nuove forme di impegno
In questo scenario, un elemento di discontinuità arriva dalle nuove generazioni. Il documento evidenzia come i giovani siano sempre meno presenti nelle forme organizzate tradizionali, ma sempre più attivi in esperienze di attivismo tematico e flessibile. Ambiente, diritti, inclusione: le battaglie cambiano, così come i linguaggi e gli strumenti. È un volontariato meno strutturato, spesso intermittente, ma non per questo meno significativo. Anzi, pone una sfida diretta alle organizzazioni storiche: rinnovarsi o perdere rilevanza.
Il nodo dell’autonomia
Un altro punto critico riguarda il documento con le istituzioni. Da un lato, la collaborazione con il pubblico ha consentito al Terzo settore di crescere e strutturarsi. Dall’altro, ha sollevato interrogativi sulla sua autonomia. Il documento richiama la necessità di un equilibrio: dialogare con le istituzioni senza rinunciare a una funzione critica. Perché, avverte, quando il volontariato smette di “disturbare”, rischia di perdere una parte essenziale della propria identità.
Un laboratorio di democrazia
La proposta che emerge dal documento è netta: il volontariato deve tornare a essere uno spazio di partecipazione e costruzione democratica. Un “laboratorio” in cui cittadini e cittadine non solo aiutano, ma contribuiscono a immaginare soluzioni, a costruire comunità, a esercitare una forma concreta di sovranità. Non si tratta di abbandonare il servizio, ma di affiancargli una visione.
Una responsabilità collettiva
In controluce, il documento Euricse lancia anche un messaggio più ampio. Il futuro del volontariato non riguarda solo chi vi partecipa direttamente, ma l’intero assetto sociale. In un Paese segnato da crescenti disuguaglianze, fragilità diffuse e crisi di fiducia nelle istituzioni, il ruolo del Terzo settore diventa un indicatore della qualità democratica. La domanda, allora, resta aperta: il volontariato sarà ancora capace di “trasformare”, o si accontenterà di gestire?
La risposta, suggerisce il documento, dipenderà dalla capacità di tenere insieme prossimità e conflitto, cura e cambiamento. E, soprattutto, dalla volontà di non smettere di interrogarsi.