Per anni il welfare aziendale è stato associato soprattutto a una serie di servizi e agevolazioni destinati ai dipendenti. Oggi, invece, sta assumendo un ruolo diverso. Sempre più piccole e medie imprese lo considerano una componente delle proprie strategie di sviluppo, uno strumento che incide sulla capacità di attrarre competenze, migliorare l’organizzazione del lavoro e rafforzare il rapporto con il territorio.
A fotografare questa evoluzione è il Rapporto Welfare Index PMI 2026, presentato da Generali Italia in occasione del decimo anniversario dell’iniziativa. Più che registrare un aumento del numero di aziende che investono nel welfare, l’indagine evidenzia un cambiamento nel modo in cui queste politiche vengono progettate e integrate nella gestione dell’impresa.
I numeri raccontano un’evoluzione significativa. Oggi il 76,5% delle PMI italiane raggiunge almeno un livello medio di sviluppo del proprio sistema di welfare, mentre le imprese che si collocano nella fascia più avanzata sono passate dal 10,3% del 2016 al 33,9% del 2026, più che triplicando la propria presenza. Parallelamente si è ridotta la quota delle aziende che si limitano ad applicare esclusivamente le misure previste dalla normativa o dalla contrattazione, scesa dal 42,7% al 18,2%.
L’indagine, realizzata su oltre 7.000 piccole e medie imprese, mostra come il welfare stia progressivamente uscendo dalla logica del beneficio accessorio per diventare un elemento stabile dell’organizzazione aziendale. Non tutte le imprese si trovano allo stesso livello di maturità: il rapporto distingue realtà che hanno inserito il welfare nella propria strategia di crescita da altre che lo utilizzano prevalentemente come strumento premiale o che stanno ancora costruendo un modello più strutturato.
Uno degli aspetti più interessanti riguarda il rapporto tra welfare e performance aziendale. Secondo lo studio, le imprese con i sistemi di welfare più evoluti presentano risultati economici mediamente migliori rispetto al resto del campione. Il fatturato per addetto risulta superiore di circa il 20%, mentre la redditività arriva a registrare valori fino al 40,5% più elevati. Tra il 2021 e il 2024 queste aziende hanno inoltre aumentato l’occupazione con un ritmo doppio rispetto alle imprese meno avanzate. Si tratta di una correlazione che il rapporto evidenzia con chiarezza, pur senza attribuire automaticamente al welfare un rapporto diretto di causa-effetto.
Anche il mercato del lavoro offre indicazioni interessanti. Nel 2025 il 61,5% delle PMI ha effettuato nuove assunzioni, percentuale che sale al 78% tra le imprese caratterizzate da un welfare più sviluppato. In una fase in cui molte aziende segnalano difficoltà nel reperire personale qualificato, le politiche di welfare sembrano contribuire a rafforzare l’attrattività dell’impresa e la capacità di trattenere le competenze.
Accanto agli indicatori economici cresce anche l’attenzione verso gli effetti sociali. Il rapporto evidenzia come salute e sicurezza, benessere organizzativo, inclusione e rapporto con le comunità locali siano sempre più percepiti come elementi della competitività aziendale e non semplicemente come temi di responsabilità sociale. L’87,6% delle imprese riconosce oggi la centralità della tutela della salute e della sicurezza dei lavoratori, mentre il 75,9% ritiene che il proprio ruolo vada oltre la produzione di beni e servizi, contribuendo anche alla coesione sociale e allo sviluppo dei territori.
Dopo dieci anni di rilevazioni, il Welfare Index PMI offre quindi una fotografia di un fenomeno che appare ormai consolidato. Se nelle prime edizioni il dibattito era concentrato soprattutto sulla diffusione degli strumenti di welfare, oggi l’attenzione si sposta sugli effetti che queste politiche producono all’interno delle organizzazioni: dalla capacità di assumere e fidelizzare le persone alla qualità dell’ambiente di lavoro, fino alle relazioni con la comunità e con la filiera.
È probabilmente questo il cambiamento più rilevante che emerge dall’edizione 2026: il welfare aziendale non viene più osservato come un insieme di benefit aggiuntivi, ma come una leva gestionale che contribuisce alla creazione di valore economico e sociale. Una prospettiva che lo avvicina sempre di più ai temi della sostenibilità d’impresa, dove il benessere delle persone rappresenta una componente essenziale della competitività.