L'analisi

Autistici, ADHD e dislessici: ora il mercato li cerca

Le loro competenze possono fare la differenza nell’addestramento delle AI. Ma è vera inclusione?

Ci sono parole che cambiano significato senza che ce ne accorgiamo. Per anni “neurodivergenza” è stata una di queste. Evocava soprattutto difficoltà: l’inclusione scolastica, il lavoro che non arriva, i colloqui finiti male, la fatica di adattarsi a un mondo costruito per altri. Oggi, invece, lo stesso termine compare sempre più spesso accanto a concetti come talento, innovazione, intelligenza artificiale, vantaggio competitivo. È un cambiamento che dice molto meno delle persone neurodivergenti di quanto dica del mercato.

L’economia dell’intelligenza artificiale starebbe rivalutando determinate caratteristiche cognitive: la capacità di riconoscere schemi ricorrenti, la concentrazione prolungata, il pensiero non lineare, la precisione nell’analisi. Alcune grandi aziende cercano esplicitamente persone autistiche, con ADHD o dislessia per attività nelle quali queste competenze possono fare la differenza.

Effettivamente negli ultimi anni programmi di assunzione dedicati alle persone autistiche sono stati avviati da aziende come SAP, Microsoft, JPMorgan e altre grandi multinazionali. Per molto tempo il problema è stato convincere il mercato che una mente diversa non fosse una mente difettosa. Oggi il problema sembra quasi ribaltato.

Ma ribaltare un pregiudizio non significa necessariamente superarlo. Perché il rischio è che la persona continui a essere guardata nello stesso modo: non per ciò che è, ma per ciò che può offrire. Prima era esclusa perché non abbastanza produttiva. Ora viene cercata perché potrebbe esserlo più degli altri.

La logica, in fondo, non cambia, cambia soltanto il segno.

È questo il punto cieco di una narrazione che, nel tentativo di restituire dignità alla neurodivergenza, finisce per attribuirle soprattutto un valore economico. La persona scompare dietro il profilo professionale. Le difficoltà quotidiane, i bisogni di supporto, il masking, il burnout, la disoccupazione che continua a colpire una larga parte delle persone autistiche lasciano il posto al racconto del talento eccezionale, della mente brillante, dell’analista instancabile.

È una rappresentazione rassicurante e proprio per questo rischia di essere fuorviante. Non tutte le persone autistiche riconoscono pattern meglio degli altri. Non tutte le persone con ADHD sono creative. Non tutte le persone dislessiche sviluppano forme straordinarie di pensiero laterale. La neurodivergenza non è un superpotere. È una condizione umana estremamente eterogenea.

Il fondo di Barbara Carfagna mostra questa ambivalenza in un passaggio particolarmente significativo. Tra le caratteristiche che il mercato imparerebbe ad apprezzare, infatti, compare anche la “mancanza di empatia“, descritta come un elemento che può favorire una dedizione quasi assoluta al lavoro.

E qui il problema non è più soltanto “scientifico”. La ricerca contemporanea sull’autismo ha ormai superato la rappresentazione semplicistica delle persone autistiche come incapaci di empatia, sostituendola con modelli molto più complessi, come quello del double empathy problem, che descrive una difficoltà reciproca di comprensione tra persone autistiche e neurotipiche. Ma anche lasciando da parte questo aspetto, resta una questione molto più grande.

Che cosa stiamo dicendo quando trasformiamo una possibile difficoltà relazionale in un pregio professionale? Se una persona viene considerata preziosa perché la sua condizione la rende più disponibile al lavoro, non stiamo valorizzando una differenza, stiamo attribuendo un valore economico a una vulnerabilità. Ed è una distinzione decisiva. Lo sfruttamento non comincia solo quando uno stipendio è troppo basso, comincia anche quando una fragilità diventa conveniente. Quando un tratto che può comportare isolamento, sofferenza o fatica viene apprezzato perché permette di ottenere più produttività, più disponibilità, più rendimento.

E questo il momento in cui il linguaggio dell’inclusione cambia natura. Non ci si chiede più come costruire un ambiente di lavoro capace di accogliere quella persona. Ci si chiede come utilizzare al meglio ciò che quella persona può offrire. Un rovesciamento che diventa radicale con lo scenario di quella che viene definita “inclusione estrattiva”: assumere persone neurodivergenti perché eccellono in attività come il testing del software o il riconoscimento di anomalie, utilizzare quel lavoro per addestrare sistemi di intelligenza artificiale e poi automatizzare proprio quelle mansioni.

Che cosa accadrà quando questo “vantaggio competitivo” scomparirà? Se il valore riconosciuto alle persone neurodivergenti dipende dalle competenze che oggi servono al mercato, quel valore avrà inevitabilmente una scadenza. I diritti, invece, non dovrebbero averne.

L’inclusione non consiste nel dimostrare che una persona autistica può essere un’ottima programmatrice, che una persona con ADHD può essere un’eccellente creativa o che una persona dislessica può risolvere problemi meglio di altri. Consiste nel riconoscere che nessuna persona dovrebbe dover dimostrare di essere economicamente più conveniente per meritare pari dignità.

Per anni abbiamo raccontato la neurodivergenza come un limite. Oggi rischiamo di raccontarla come un investimento. In entrambi i casi, continuiamo a parlare del valore che quella persona ha per gli altri. Molto meno del valore che ha in sé.

Welfare

Allarme asili: il Pnrr non basta. Tutti i numeri.

Uno dei buchi neri del sociale è quello degli asili nido. C’è posto per meno di un bambino su tre. Mancano oltre 600mila posti.

Digitale

C’è una legge irlandese del 1634 che protegge le big tech

Contro il finanziamento delle class action c’è l’ostacolo di una legge irlandese del 17esimo secolo che può salvare Meta e co.

Welfare

Calano i congedi di paternità: sono 6mila in meno del 2023

Un passo indietro nel 2025 per la paternità obbligatoria che dura dieci giorni e vale solo per i lavoratori dipendenti.

Minori

Dipendenza social: Meta patteggia 17 miliardi

La società ha deciso di uscire dal processo e pagare 17 miliardi di dollari, oltre ad apportare modifiche significative ai propri prodotti.