La sostenibilità economica dello sport professionistico europeo non esiste. Manca un modello competitivo. Manca equità e manca la visione d’insieme per costruire un percorso sano. Un modello esiste ed è quello americano, che vuole sbarcare nel Vecchio Continente con NBA Europe l’anno prossimo. Ma non bastano le buone intenzioni: fra Europa e Nord America le distanze sono ampie a livello sportivo, culturale e sociale. Questo significa che l’importazione di quel modello è oggi ancora una scommessa.
Il nodo Roma
Quello che sta accadendo a Roma spiega molto bene questa tensione tripartita fra passione, competizione e business. In queste ore la Virtus Roma, club che aveva rilevato lo storico titolo sportivo del club capace di vincere uno scudetto e una Coppa campioni, ha perso lo spareggio per tornare in A2. Eppure, poche ore prima, aveva annunciato l’ingresso di un nuovo socio americano. Cos’altro succederà adesso? Lo scopriremo in questi giorni, ma il cielo è nuvoloso in casa Virtus, la cui proprietà fa capo a Massimiliano Pasqualini, imprenditore della sanità privata laziale.
Ma non c’è solo la Virtus. A Roma c’è già un altro club: si chiama Basketball Club Roma SPQR. La proprietà è quella di Donnie Nelson, l’uomo immagine è Luka Doncic, l’uomo club è Rimas Kaukenas, il simbolo è l’83enne Valerio Bianchini. Questa società ha rilevato il titolo sportivo di Cremona per giocare in serie A e in Eurocup l’anno prossimo. Per poi puntare a entrare nella nuova lega euro-americana di NBA Europe nel 2027. Una lega in cui non si entrerà solo per meriti sportivi.
Non sarà l’unica realtà capitolina a puntare NBA Europe. Paul Matiasic, avvocato statunitense ed ex proprietario della Pallacanestro Trieste, è in predicato di spostarsi a Roma. Lo farà con il titolo sportivo di Brescia. Matiasic avrebbe anche in tasca la convenzione per l’utilizzo del Palasport dell’Eur. Principale impianto sportivo al coperto della Capitale. Un primo tassello importante.
C’è il giallo Roma. Tanti attori. Tante ambizioni. Nomi affascinanti come quello di Ettore Messina. Progetti tecnici da costruire da zero. Assetti societari nuovi che dovranno essere capaci di coinvolgere appassionati e tifosi per garantire competitività. Questa rincorsa collettiva non è casuale. C’è un motivo: Nba ha deciso lo sbarco oltreoceano importando il suo approccio: brand, modello, capitali.
Un nuovo modello per lo sport professionistico
Il modello Nba funziona. Non è una idrovora di capitali ma un investimento produttivo. Se funzionerà Nba Europe potrebbe diventare un riferimento anche per altre discipline sportive.
Oggi il modello di basket professionistico continentale di vertice è quello di Euroleague. Facciamo una breve panoramica.
L’assetto di Euroleague oggi
Partiamo da un punto fermo: non c’è trasparenza su costi e incassi per tutti i club europei. Ci sono stime, abbastanza verosimili ma non precise. Gli addetti ai lavori stimano che i club di vertice abbiano budget intorno ai 40 milioni di euro, i club di fascia medio-alta stanno fra i 25 e i 30 milioni, quelli più in basso stanno intorno ai 15-20 milioni.
La voce principale – per tutti – è quella degli stipendi: il Real Madrid spende intorno ai 20 milioni, le due greche Panathinaikos e Olympiakos anche di più, le due italiane (Milano e Bologna) invece sono fra i 10 e i 15 milioni. Chi spende di meno resta sopra i 4 milioni. Il resto delle spese è per staff, strutture, logistica. Sono costi assolutamente insostenibili, basati sulle ambizioni e gli investimenti ei proprietari. Non su modelli competitivi. Quali sono gli incassi? Il botteghino e gli sponsor, decisamente poco proviene dalla quota tv e ancora meno dai premi, che sono riconosciuti a chi ottiene i migliori piazzamenti. Secondo quanto scriveva il giornalista greco Giorgios Zakkas nel 2023 l’intero incasso per i diritti tv valeva 42 milioni di euro. Poi distribuiti secondo vari criteri ai singoli club: fra un massimo di 4 milioni e un minimo di 1.5 milioni riservato ai club azionisti. Un club top level incassa quindi fra botteghino e sponsor meno di 15 milioni, mentre dai contratti tv arrivano briciole, salvo eccezioni. La perdita media stimata dei club di vertice è quindi di circa 20 milioni di euro a stagione. Questo è il punto di partenza.
La ricchezza della NBA
Prodotto, spettacolo e competitività. Sono i tre principi del basket professionistico americano. Esistono delle regole sugli stipendi. C’è una soglia minima di spesa e una massima. Se la superi paghi la cosiddetta “luxury tax”. I grandi mercati che hanno tanti introiti la pagano sistematicamente. Quei soldi sono un introito per l’intera lega, garantiscono equità e permettono la valorizzazione del brand Nba. Per intenderci: il minimo è intorno ai 140 milioni di dollari all’anno, ma se vai sopra quel margine arrivi a spendere quasi il doppio con una quota alta di tassa di lusso. Poi ci sono gli stipendi di dirigenza e staff tecnico, con strutture ampie e iper-specializzate. Ci sono i costi (di affitto o gestione) delle arene. Ci sono i costi della logistica e quelli dei secondi club, che fanno parte della lega di sviluppo. I club che spendono di più superano i 350 milioni di dollari annui di budget, una franchigia media ne spende 250.
E i ricavi? C’è un “equilibratore” che è quello dei soldi del contratto tv, che distribuisce equamente la stessa quota per tutti, oggi è vicina ai 150 milioni l’anno. Per un piccolo mercato solo quello vale due terzi del budget. L’arena – così come gli stadi di proprietà in Europa – può invece essere il valore aggiunto: nei mercati più ricchi i biglietti vanno a ruba e costano parecchio, poi esiste la possibilità di usare l’impianto per concerti ed eventi. Parliamo di una differenza importante fra realtà diverse che oscilla fra i 100 e i 200 milioni di dollari all’anno. Un altro introito importante è quello degli sponsor, che salvo casi particolari oscilla fra 50 e i 100 milioni l’anno. Quindi il secondo contratto tv con la televisione locale: a Los Angeles – per far un esempio – quello pesa più del contratto con la tv nazionale. I club Nba sono quindi costantemente in attivo: fra i 100 e i 250 milioni l’anno. E non è un caso se quattro anni fa il miliardario Mat Ishbia ha comprato i Phoenix Suns per 4 miliardi di dollari.
Cosa vuole fare NBA Europe?
Un campionato a 16 squadre con il brand statunitense declinato in salsa europea. Si dovrebbe partire nella stagione 2027/2028. Questo significa che in questi mesi si mettono le basi: il principale nodo è il rapporto con le leghe già operanti in Europa. La prima stagione dovrebbe poter contare su 12 franchigie “permanenti” e quattro posti accessibili. Le città coinvolte sono Londra, Manchester, Parigi, Lione, Madrid, Barcellona, Berlino e Monaco, quindi Milano e Roma. Poi il nodo di Grecia e Turchia, con – inizialmente – un solo club ciascuna.
La NBA dovrebbe investire oltre tre miliardi di dollari per l’avvio e il supporto della lega europea, con l’obiettivo di ridurre i rischi iniziali e tracciare un percorso. L’inizio, nei fatti, sarebbe in perdita ma si metterebbero le fondamente di un progetto solido con un prize money più robusto e regole su competitività e sostenibilità. Ci sarebbe però ovviamente una quota d’accesso per i club e soprattutto non scomparirebbero le altre leghe europee con cui si potrebbe aprire una dimensione osmotica. Entro settembre ci sarà maggiore chiarezza, ci sarà una via. Capiremo chi vorrà percorrerla.