meta tik tok processo

Il processo

Social sotto accusa, la prima class action italiana

Davanti al Tribunale delle Imprese di Milano si è aperto il procedimento promosso dal Moige contro le piattaforme

Non solo dipendenza digitale, ma un vero e proprio modello costruito per trattenere online i più giovani il più a lungo possibile. È su questa accusa che si fonda la prima grande azione civile italiana contro Meta e TikTok per la tutela dei minori. Davanti al Tribunale delle Imprese di Milano si è aperto il procedimento promosso dal Moige – Movimento Italiano Genitori – insieme allo studio legale Ambrosio & Commodo di Torino.

Al centro del contenzioso ci sono gli algoritmi delle piattaforme, accusati di incentivare meccanismi compulsivi attraverso scroll infinito, profilazione spinta e sistemi di raccomandazione pensati per massimizzare il tempo di permanenza online. Secondo i promotori dell’azione, questi strumenti avrebbero effetti particolarmente pesanti su bambini e adolescenti, contribuendo a fenomeni di dipendenza, isolamento e fragilità psicologica.

L’iniziativa riguarda potenzialmente circa 3,5 milioni di minori italiani tra i 7 e i 14 anni, una fascia considerata particolarmente vulnerabile, anche alla luce della crescente esposizione ai social in età sempre più precoce. Gli avvocati parlano di “algoritmi aggressivi” e chiedono al giudice misure urgenti: sistemi efficaci di verifica dell’età, limitazioni ai meccanismi di profilazione e maggiore responsabilità da parte delle piattaforme nella protezione degli utenti minorenni.

Nel procedimento vengono richiamati anche casi internazionali e documenti europei sui rischi dell’uso intensivo dei social network. Tra gli episodi citati compare la vicenda di una ragazza di 12 anni di Asti, morta suicida nel 2024 dopo una forte esposizione a contenuti social, una tragedia che ha riacceso il dibattito pubblico sul rapporto tra adolescenti, piattaforme digitali e salute mentale.

Meta e TikTok hanno respinto le accuse, sostenendo di investire da anni in strumenti di sicurezza e moderazione dei contenuti. Le due aziende contestano inoltre la competenza della giustizia italiana e chiedono più tempo per esaminare la documentazione depositata.

La causa si inserisce però in un contesto internazionale sempre più acceso. Negli Stati Uniti e in diversi Paesi europei crescono infatti le azioni legali contro le Big Tech per i possibili danni psicologici legati all’utilizzo intensivo dei social da parte dei minori. Sullo sfondo resta una domanda ormai centrale nel dibattito pubblico: quanto possono essere considerate neutrali piattaforme progettate per catturare attenzione e dati degli utenti più giovani?

Per associazioni familiari ed esperti di tutela dell’infanzia, la questione non riguarda soltanto la libertà digitale, ma la necessità di ridefinire i confini della responsabilità tecnologica in un ambiente online frequentato ogni giorno da milioni di adolescenti.

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