664 bambini. È il numero di minori stranieri entrati in Italia nel 2025 attraverso l’adozione internazionale. Un numero che racconta una realtà complessa. Da analizzare insieme al rapporto annuale della Commissione per le Adozioni Internazionali.
Il 70% dei bambini adottati in Italia ha bisogni speciali. I cosiddetti “special needs”. Non stiamo parlando solo di disabilità gravi. La categoria è più ampia: bambini con più di sette anni, con traumi pregressi, con problemi di salute fisica o mentale, fratelli che devono restare insieme. Bambini che, in altri sistemi, resterebbero in lista d’attesa indefinita. E che in Italia trovano due genitori.
I genitori che decidono di iniziare (e portare a termine) un percorso lungo e pieno di ostacoli burocratici lo fanno, nel 62% dei casi, con la motivazione dichiarata dell’impossibilità di procreare. Ma c’è un segnale nuovo che merita attenzione: le famiglie che dichiarano di adottare per puro desiderio adottivo sono passate dal 6% del 2024 al 17% del 2025. Un salto interessante. Forse una trasformazione culturale in corso, lenta ma reale: l’adozione non più come risposta a una mancanza, ma come scelta.
Poi c’è il tema del tempo. E qui il sistema mostra le sue crepe più evidenti.
Dal momento in cui una coppia presenta la domanda di disponibilità al tribunale per i Minorenni a quando il bambino entra in Italia passano in media 50 mesi. Poco più di quattro anni. La fase più lunga – quasi la metà dell’intero percorso – è quella in cui si aspetta l’abbinamento: in media 24 mesi. Due anni in cui non succede nulla di visibile, in cui non si firmano atti, non si emettono sentenze. Si aspetta, semplicemente, che qualcuno decida che quella famiglia è quella giusta per quel bambino.
Il rapporto della CAI chiama questi mesi con la formula curiosa di “tempo dell’attesa percepito“, e ne parla come di una dimensione emotiva che può diventare “sospensione e frustrazione”. È un eufemismo. Quattro anni sono quattro anni. Cambiano le persone, cambiano i matrimoni, cambiano le vite. Il sistema lo sa e sta cercando di rispondere – tavoli di lavoro, linee operative per la formazione, seminari – ma la distanza tra la burocrazia e il vissuto delle famiglie resta ampia.
C’è poi un dato che il rapporto registra senza enfasi ma che merita una riflessione. Chi sono queste famiglie? Istruite, per lo più: oltre il 90% dei coniugi ha almeno un diploma, il 70% delle mogli e il 50% dei mariti è laureato. L’età media al momento dell’autorizzazione all’ingresso è 48 anni per lui, 46 per lei. Famiglie solide, consapevoli, che arrivano a questa scelta dopo un percorso lungo.
È una delle contraddizioni strutturali del sistema. Chi ce la fa è chi ha saputo aspettare, documentare, resistere. Non è detto che siano i genitori migliori. È certo che sono i più tenaci.
Da dove provengono questi bambini? La maggior parte dall’Europa, con 242 ingressi, trainata dall’Ungheria che da sola ne conta 163. Seguono l’America Latina con 165, l’Asia con 137 e l’Africa con 120. Quest’ultima è il continente con i numeri più bassi in assoluto, ma anche quello con la crescita più marcata nel tempo: nel 2020 gli ingressi dall’Africa erano 49, nel 2025 sono più che raddoppiati. I principali Paesi di origine sono Ungheria, India e Colombia, che insieme rappresentano circa la metà di tutti i bambini adottati nell’anno.
L’età media dei bambini adottati è 6,8 anni. Quasi la metà ha più di sette anni. Quasi nessuno è un neonato. Sono bambini che hanno già una storia, una lingua, spesso un trauma. Accoglierli richiede competenze che nessun corso pre-adozione garantisce davvero. E il supporto che segue l’adozione è praticamente inesistente, per una serie di gap strutturali. Mai affrontati. Il sistema pensa a una serie di passaggi lunghi, lenti e severi prima dell’abbinamento. Quasi nulli dopo.
Eppure si fa. 527 famiglie nel 2025 hanno detto sì. Lombardia, Veneto, Campania in testa per numeri assoluti. La Basilicata in testa per tasso di adozione sulla popolazione. Una regione piccola, del Sud, che adotta più di tutti in proporzione.
Quattro anni di attesa, un bambino difficile, una burocrazia faticosa. E tuttavia si continua. Forse vale la pena chiederci perché, e cosa succederebbe se smettessimo di sostenere chi sceglie di farlo.
Alberto Siracusa