All’inizio di ottobre avevamo raccontato perché il governo Meloni aveva detto no al congedo paritario. La ministra della Famiglia Eugenia Roccella aveva spiegato che rendere obbligatoria una distribuzione più equilibrata dei congedi tra madri e padri sarebbe costato circa tre miliardi di euro, risorse che il governo riteneva preferibile destinare ad altri interventi.
A distanza di poche settimane arriva una prima risposta. Il Consiglio dei ministri del 28 ottobre ha approvato il disegno di legge di Bilancio 2027, che contiene diverse misure per sostenere la genitorialità, favorire l’occupazione delle madri e facilitare la conciliazione tra famiglia e lavoro. Misure che, va ricordato, dovranno ancora essere esaminate e approvate da Camera e Senato e che potrebbero quindi subire modifiche.
Congedi parentali, fino a sei mesi retribuiti all’80%
La novità più rilevante riguarda i congedi parentali dei lavoratori dipendenti. Attualmente sono tre i mesi complessivamente indennizzati all’80% della retribuzione, utilizzabili da entrambi i genitori. La manovra propone di portarli a quattro, che diventano cinque per il secondo figlio e sei dal terzo in poi, sempre entro i sei anni di età del bambino.
Non si tratta di mesi aggiuntivi di assenza dal lavoro, ma di un aumento della quota di congedo retribuita all’80%, rispetto all’indennità ordinaria del 30%. Una differenza economica significativa, soprattutto per le famiglie che finora hanno rinunciato a utilizzare parte dei congedi per non subire una riduzione eccessiva dello stipendio.
La misura migliora quindi la protezione economica dei genitori, ma non introduce il congedo paritario. I mesi maggiormente retribuiti restano condivisibili tra madre e padre, senza prevedere un’ulteriore quota obbligatoria riservata a quest’ultimo. Il congedo di paternità obbligatorio rimane infatti di dieci giorni lavorativi.
Il governo conferma così la scelta di incentivare la fruizione dei congedi attraverso il sostegno al reddito, anziché intervenire direttamente sulla distribuzione delle responsabilità di cura. Una strada che può favorire anche i padri, ma che da sola non garantisce un cambiamento nelle abitudini familiari.
Un aiuto anche agli autonomi
Per i genitori lavoratori autonomi arriva invece un voucher fino a 500 euro al mese, per un massimo di tre mesi, destinato all’acquisto di servizi di baby-sitting e di educazione dell’infanzia. Il contributo potrà quindi raggiungere i 1.500 euro.
Si tratta di un nuovo strumento di conciliazione per una categoria che dispone già, a determinate condizioni, di forme di congedo parentale, ma non delle stesse tutele riconosciute ai dipendenti. Per chi lavora in proprio, infatti, interrompere l’attività può significare perdere clienti, incarichi e reddito.
Il voucher risponde a un’esigenza concreta, anche se la durata limitata a tre mesi e la necessità di acquistare servizi di cura ne circoscrivono la portata. Restano inoltre da chiarire i requisiti di accesso e le modalità di utilizzo.
Assumere una madre diventa più conveniente
Un altro intervento riguarda le imprese. Per il 2027 il governo propone di innalzare all’80% la maggiorazione del costo del lavoro fiscalmente deducibile in caso di nuove assunzioni di lavoratrici madri. Significa che, ricorrendo le condizioni previste, un’azienda potrà dedurre fino al 180% del costo agevolabile dell’assunzione.
L’obiettivo è rendere economicamente più conveniente assumere una donna con figli, rafforzando gli incentivi già esistenti.
La misura si confronta con un problema che avevamo documentato analizzando il secondo Rapporto Dedalo: tra le donne di 15-34 anni che vivono in coppia e hanno figli, il 49,4% non studia, non lavora e non segue percorsi di formazione. Tra i padri nella stessa condizione familiare la percentuale si ferma all’8,3%.
Un divario che non dipende esclusivamente dalla maternità, ma dall’intreccio di condizioni economiche, opportunità occupazionali, istruzione e responsabilità familiari.
L’incentivo fiscale potrebbe contribuire a ridurre gli ostacoli all’assunzione delle madri. Resta però da capire quanto riuscirà a incidere su un fenomeno che non riguarda soltanto l’accesso al lavoro, ma anche la possibilità di mantenerlo nel tempo, soprattutto quando mancano servizi adeguati per l’infanzia.
Il bonus mamme diventa strutturale
La manovra prevede infine il potenziamento e la stabilizzazione del cosiddetto bonus mamme, destinato alle lavoratrici con almeno due figli e un reddito annuo da lavoro non superiore a 40.000 euro.
Nel 2026 il beneficio è pari a 60 euro mensili, fino a un massimo di 720 euro annui, e comprende già, nel rispetto dei requisiti previsti, lavoratrici autonome e dipendenti a tempo determinato. La novità annunciata per il 2027 è dunque soprattutto il rafforzamento e la stabilizzazione della misura. Non è stato però ancora precisato l’eventuale nuovo importo.
Anche in questo caso emerge un limite strutturale: il bonus sostiene le madri che lavorano, ma non raggiunge direttamente quelle che sono già uscite dal mercato del lavoro e incontrano maggiori difficoltà a rientrarvi.
La manovra prova dunque a rendere meno onerosa la genitorialità e a favorire l’occupazione femminile, intervenendo sia sul reddito delle famiglie sia sui costi sostenuti dalle imprese.
Resta aperta, tuttavia, la questione da cui eravamo partiti: la distribuzione del lavoro di cura. Aumentare i sostegni economici può aiutare le famiglie e ridurre alcuni svantaggi legati alla maternità. Ma perché avere un figlio non continui a pesare soprattutto sulle opportunità professionali delle donne, occorre anche che la responsabilità della cura sia condivisa in maniera più equilibrata.
Ed è proprio su questo terreno che si misurerà, oltre all’efficacia economica delle nuove misure, la loro capacità di incidere sulle disuguaglianze.