La salute mentale non è più un tema marginale nelle università italiane. Ansia, depressione, isolamento sociale e difficoltà relazionali sono entrati stabilmente nel dibattito accademico, spingendo gli atenei a ripensare il proprio ruolo non solo come luoghi di formazione, ma anche come comunità capaci di prendersi cura delle persone.
È in questo quadro che si inserisce il programma Pro-Ben, l’iniziativa del Ministero dell’Università e della Ricerca che, nell’arco di tre edizioni, mette a disposizione complessivamente oltre 63 milioni di euro per promuovere il benessere psicologico della popolazione universitaria. Un investimento che ha coinvolto 14 reti di atenei, per un totale di 110 università, 81 istituzioni Afam e 29 collegi universitari, con attività che proseguiranno fino al 2027.
Le risorse dedicate al progetto sono state distribuite progressivamente: dopo i 34,9 milioni assegnati nel primo bando, sono arrivati 20,1 milioni con la seconda edizione e ulteriori 8,4 milioni per il terzo ciclo di finanziamenti. Parallelamente, il Ministero ha destinato anche risorse del Fondo di finanziamento ordinario agli atenei per consolidare le iniziative avviate, con 37 milioni nel 2024 e 35 milioni annui previsti per il triennio successivo.
L’obiettivo, tuttavia, non è soltanto incrementare i servizi di counselling. Negli ultimi anni le università hanno sperimentato modelli sempre più articolati: sportelli psicologici, laboratori esperienziali, attività sportive e culturali, percorsi di gruppo, programmi di mentoring e iniziative per rafforzare il senso di appartenenza alla comunità accademica. L’idea di fondo è che il benessere mentale non dipenda esclusivamente dall’assistenza clinica, ma anche dalla qualità delle relazioni, dall’inclusione e dalla possibilità di vivere pienamente l’esperienza universitaria.
I risultati raccolti nei diversi progetti pilota sembrano confermare questa impostazione. Dalle esperienze coordinate dagli atenei capofila emergono miglioramenti nella gestione dello stress, nella qualità del sonno, nelle competenze relazionali e una riduzione dei livelli di isolamento percepito tra gli studenti coinvolti. In alcuni casi sono stati intercettati anche bisogni sommersi, difficilmente raggiungibili attraverso i tradizionali servizi di supporto psicologico.
Tra le esperienze più significative figurano quelle coordinate dalle Università di Napoli Federico II, Urbino, Ferrara, Calabria, Foggia e Bari, che hanno sviluppato modelli differenti a seconda delle esigenze dei territori e delle comunità universitarie: dalla promozione delle competenze emotive all’utilizzo della realtà virtuale nei percorsi di counselling, fino alle iniziative dedicate agli studenti fuori sede e alla prevenzione dell’isolamento sociale.
Resta però aperta la questione della continuità. Gli stessi rettori chiedono che il sostegno economico non si esaurisca con la conclusione del programma, ma venga trasformato in una componente stabile delle politiche universitarie. Il rischio, infatti, è che esperienze costruite in questi anni, spesso grazie a équipe multidisciplinari e reti territoriali, non possano essere mantenute una volta terminati i finanziamenti straordinari.
La sfida dei prossimi anni sarà quindi duplice: consolidare quanto è stato realizzato e misurare con strumenti condivisi l’efficacia degli interventi. Perché il benessere psicologico degli studenti non rappresenta soltanto una risposta a un’emergenza, ma una condizione essenziale per garantire il diritto allo studio, contrastare l’abbandono universitario e favorire percorsi di formazione realmente inclusivi.