Melania Manco

L'intervista

“I farmaci possono essere necessari. Ma contro l’obesità servono scuola e famiglia”

Parla Melania Manco, endocrinologa e membro della Società italiana dell’obesità, tra le autrici delle ultime linee guida.

A pochi giorni dalla pubblicazione delle nuove linee guida sul contrasto all’obesità parla una delle autrici. Melania Manco è endocrinologa del Bambino Gesù di Roma e fa parte della Società italiana dell’obesità. “La principale novità è il riconoscimento dell’obesità come una malattia cronica, progressiva e recidivante che richiede un approccio terapeutico personalizzato e multidisciplinare”, spiega a Osservatorio Socialis.

Non è l’unica. C’è un cambio di approccio sul tema obesità fra i più giovani?

“Per la prima volta una linea guida italiana affronta in modo sistematico non solo gli interventi sullo stile di vita, ma anche il ruolo delle terapie farmacologiche e della chirurgia bariatrica negli adolescenti con obesità che non rispondono adeguatamente ai programmi nutrizionali, comportamentali e di attività fisica. Oggi disponiamo anche di strumenti terapeutici aggiuntivi, come farmaci e chirurgia, da utilizzare nei casi più complessi all’interno di percorsi multidisciplinari e personalizzati. Importante anche sottolineare la principale novità rispetto a molte linee guida internazionali è cioè l’introduzione del concetto di obesità resistente al trattamento, una definizione che consente di individuare in modo chiaro quando è necessario passare allo step terapeutico successivo. Il trattamento dell’obesità pediatrica deve sempre iniziare con un intervento intensivo e strutturato sullo stile di vita. Quando questo non è sufficiente, può essere appropriato aggiungere la terapia farmacologica”.

E nei casi più complessi?

“Nei casi di obesità severa e complicata che non rispondono neppure all’associazione tra intervento comportamentale intensivo e farmaci, le linee guida prevedono la possibilità di ricorrere alla chirurgia bariatrica, all’interno di percorsi specialistici dedicati”.

Perché era opportuno introdurre il tema dei farmaci e della chirurgia?

“L’introduzione della terapia farmacologica era necessaria perché una quota di adolescenti presenta forme di obesità severe o complicate che non migliorano nonostante interventi sullo stile di vita correttamente condotti. Le più recenti evidenze scientifiche dimostrano che farmaci come liraglutide e, soprattutto, semaglutide possono determinare una riduzione clinicamente significativa del peso corporeo e delle complicanze associate. Questi trattamenti non sostituiscono il cambiamento dello stile di vita, ma lo affiancano, aiutando il paziente a controllare la fame, aderire più facilmente a un’alimentazione equilibrata e raggiungere obiettivi compatibili con le esigenze di crescita e sviluppo proprie dell’adolescenza. Inoltre, nei casi più gravi, la chirurgia bariatrica può rappresentare un’opzione efficace e sicura quando gli interventi sullo stile di vita e la terapia farmacologica non hanno prodotto risultati adeguati”.

Qual è l’obiettivo di questo approccio?

“L’obiettivo non è sostituire l’educazione alimentare, l’attività fisica e i corretti stili di vita, che restano la base di ogni percorso terapeutico, ma affiancarle quando da sole non sono sufficienti. In questo modo è possibile ridurre il rischio di complicanze, disabilità, mortalità precoce e peggioramento della qualità di vita che l’obesità severa in adolescenza può determinare già nella giovane età adulta”.

Allarghiamo lo sguardo, ci sono delle motivazioni per cui si sviluppa l’obesità fra i ragazzi.

“L’obesità infantile è una malattia multifattoriale, ma il principale problema resta l’ambiente “obesogenico” in cui bambini e adolescenti vivono. E’ necessario attuare delle politiche di prevenzione dell’obesità efficaci. Non basta chiedere alle famiglie di mangiare meglio e muoversi di più: la società deve rendere le scelte salutari più semplici e accessibili. Ciò significa favorire l’accesso a cibi sani a costi sostenibili, creare spazi sicuri per camminare e praticare attività fisica, promuovere lo sport e investire nell’educazione alla salute. Anche la scuola può contribuire non solo all’educazione ai corretti stili di vita, ma all’identificazione precoce dei ragazzi a rischio. Gli stili di vita salutari devono essere incentivati dall’intera comunità, non demandati esclusivamente alle famiglie che pure ha un ruolo cardine”.

Quale può essere il ruolo di scuola e famiglia?

“Scuola e famiglia hanno un ruolo decisivo nella prevenzione. La famiglia rappresenta il primo ambiente educativo, nel quale si costruiscono le abitudini alimentari, i ritmi del sonno, il rapporto con l’attività fisica e con i dispositivi elettronici. La scuola, invece, può promuovere stili di vita salutari attraverso l’educazione alimentare, l’attività motoria quotidiana, la disponibilità di pasti equilibrati e la lotta allo stigma e al bullismo legati al peso. Solo una collaborazione stretta tra famiglie, scuola, operatori sanitari e istituzioni può contrastare efficacemente questa malattia. In Italia oggi interessa circa un adolescente su cinque presenta un eccesso di peso e circa il 4% è affetto da obesità. Le percentuali sono più elevate nei maschi e nelle regioni meridionali”.

E appunto il contesto familiare.

“È importante anche sottolineare il ruolo fondamentale della famiglia nel percorso terapeutico Tutti gli interventi educativi efficaci sono infatti family-based: il cambiamento degli stili di vita inizia in casa, attraverso le scelte alimentari, i livelli di attività fisica e le abitudini quotidiane dell’intero nucleo familiare. Quando i genitori partecipano attivamente al percorso terapeutico, le probabilità di successo aumentano significativamente. Al contrario, una scarsa adesione della famiglia rappresenta una delle principali barriere al trattamento e può compromettere l’efficacia di qualsiasi terapia. La scuola ha un ruolo complementare nel promuovere comportamenti salutari e nel contrastare lo stigma, ma il cambiamento deve partire dalla famiglia”.

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