Il caso Brighton

Da “senza casa” all’Europa: come costruire una squadra

Dopo l’esilio il club torna ad avere infrastrutture adeguate alle proprie ambizioni e il mercato dei giocatori diventa un’attività industriale

Il 26 aprile 1997, al termine della vittoria per 1-0 sul Doncaster Rovers, i tifosi del Brighton invadono il terreno del Goldstone Ground. Non festeggiano una promozione né un trofeo. Stanno salutando lo stadio dove la squadra ha giocato per quasi un secolo. L’impianto è stato venduto a operatori immobiliari, senza che il club disponga di una nuova casa. Una settimana dopo, il Brighton evita per un soffio di uscire dalla Football League, pareggiando 1-1 contro l’Hereford United.

Per le due stagioni successive le partite casalinghe si disputano a Gillingham, a oltre cento chilometri dalla città. Nel 1999 il Brighton torna finalmente a casa, ma deve adattarsi al Withdean Stadium, un impianto comunale di atletica con circa seimila posti, gran parte dei quali scoperti. Quella che dovrebbe essere una sistemazione provvisoria dura dodici anni.

È da qui che comincia la storia di una delle trasformazioni più interessanti del calcio inglese. Non dal mercato dei campioni, ma dalla ricostruzione delle condizioni necessarie per competere.

Nel 2009 la presidenza passa a Tony Bloom, imprenditore cresciuto in una famiglia legata da generazioni al Brighton, già azionista e finanziatore della società. Bloom mette a disposizione capitali consistenti per il nuovo stadio, inaugurato nel 2011, e per il centro di allenamento aperto tre anni dopo. Il club torna ad avere infrastrutture adeguate alle proprie ambizioni, prima ancora di raggiungere la massima divisione.

La promozione in Premier League arriva nel 2017. Sei anni più tardi il Brighton conclude il campionato al sesto posto e conquista la prima qualificazione europea della propria storia.

Il mercato dei giocatori diventa un’attività industriale

La crescita non è sostenuta soltanto dagli incassi televisivi inglesi. Il Brighton costruisce una struttura di selezione e valorizzazione dei calciatori che permette di individuare talenti, farli crescere e, in molti casi, venderli a club con maggiori disponibilità economiche.

Le cessioni di Marc Cucurella, Alexis Mac Allister e Moisés Caicedo rappresentano le operazioni più conosciute. Caicedo, acquistato dall’Independiente del Valle, viene trasferito al Chelsea nell’estate del 2023 per una cifra record nel calcio britannico. La squadra perde uno dei suoi giocatori migliori, ma incassa risorse che può utilizzare per finanziare nuove operazioni e rafforzare l’organizzazione.

I risultati economici documentano il cambiamento. Nell’ultima stagione di Championship, il 2016-2017, il Brighton fatturava circa 29 milioni di sterline. Nel 2023-2024, alla prima partecipazione all’Europa League, i ricavi delle attività calcistiche e commerciali raggiungono 222,4 milioni. Il risultato operativo prima degli interessi e delle imposte è positivo per 73,3 milioni.

Quell’utile richiede però una precisazione: comprende 68,1 milioni di risultato netto delle operazioni sui calciatori, secondo la classificazione del bilancio. La gestione sportiva e commerciale, senza quella componente, produce un margine molto più contenuto. La capacità di vendere giocatori è dunque una parte essenziale del modello, non un guadagno accessorio.

Anche lo stadio contribuisce. Nel 2023-2024 i ricavi delle partite raggiungono 27,9 milioni di sterline, mentre crescono sponsorizzazioni e attività commerciali. Il club ha ormai diverse fonti di entrata, sostenute dalle infrastrutture e dalla presenza stabile in Premier League.

La crescita non elimina i rischi

Sarebbe sbagliato presentare il Brighton come una società economicamente autosufficiente. Il bilancio al 30 giugno 2024 registra finanziamenti riconducibili a Bloom per circa 300 milioni di sterline, compresi strumenti convertibili in capitale. È il segno di quanto la crescita sia dipesa anche dalla disponibilità finanziaria del proprietario.

E quando cambia l’andamento del mercato dei calciatori, i risultati ne risentono. Nel 2024-2025 il Brighton registra una perdita operativa, prima degli interessi e delle imposte, di 54,4 milioni di sterline. Il risultato delle operazioni sui giocatori passa da un saldo positivo di 68,1 milioni a uno negativo di 25 milioni. Nel frattempo il club ha investito 210 milioni nel rafforzamento della rosa, aumentando i successivi ammortamenti.

Non è quindi la storia di una squadra che ha trovato il modo di vincere senza spendere, né di un club immune dalle perdite. È la vicenda di una proprietà che ha impiegato una parte consistente delle risorse per dotare la società di stadio, centro sportivo e competenze capaci di generare valore anche nelle stagioni successive.

Il Brighton ha raggiunto l’Europa senza acquistare campioni già affermati a prezzi irraggiungibili. Ha costruito una struttura in grado di scoprire, valorizzare e sostituire calciatori, pur restando esposta ai costi e ai rischi di quel modello.

Ventisei anni dopo l’ultima partita al Goldstone Ground, il club che aveva rischiato di uscire dal calcio professionistico si è ritrovato a giocare in Europa. Il risultato sportivo è arrivato dopo la ricostruzione delle sue fondamenta economiche e organizzative.

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