La Scala del calcio

Il punto

Dall’Olimpo al declino:
ma non è colpa di Bosman

Dal miglior campionato al mondo all’assenza dagli ultimi 3 mondiali Fifa, mentre le squadre di serie A faticano in Europa. Una favola rimasta tale.

C’era una volta il Milan degli olandesi (Gullit-Rijkaard-Van Basten), l’Inter dei tedeschi (Matthaeus, Brehme, Klinsmann) e la Juve si limitava ad avere in rosa due soli giocatori stranieri: Julio Cesar e Thomas Haessler. La nazionale italiana era terza al mondo con il record di inviolabilità della porta in una singola coppa del mondo (517 minuti) che, dopo 36 anni, regge ancora. Era il 1990, il torneo che sarebbe cominciato avrebbe incoronato vincitrice la Sampdoria che si sarebbe poi trovata a fronteggiare il Barcellona di Cruyff in finale di Coppa dei Campioni.

L’intro da favola non è un caso, perché per gli appassionati di sport e di calcio, quel campionato era veramente da favola: da tutto il mondo venivano a giocare in Italia e i grandi campioni militavano anche in squadre fuori dall’asse Milano-Torino (si pensi a Zico all’Udinese o Maradona a Napoli, solo per fare due esempi). E in questo ricco contesto sportivo crescevano i giocatori italiani: nel 1990 Totti aveva 14 anni, Del Piero 16, Cannavaro 17, Buffon 12.

Anno 2026. La nazionale italiana non partecipa a un torneo mondiale da 12 anni, dopo che alle ultime esibizioni ha collezionato magre figure, superata in classifica anche dalla Nuova Zelanda (con calciatori non professionisti in campo) nel 2010 e dalla Costa Rica nel 2014. L’ultimo successo arriva nel 2006, nella “zona Cesarini” di quella generazione di calciatori: Totti aveva 30 anni, Del Piero 32, Buffon 28. Fine ciclo. Amen.

Per tanti le ragioni del declino di quella favola hanno un nome e un cognome: Jean-Marc Bosman. Non esattamente un fuoriclasse, ma il suo nome segna un prima e un dopo nella storia del calcio europeo. Porta il suo nome, infatti, la sentenza della Corte di giustizia europea che sancì – come è giusto che sia – come i calciatori comunitari avessero diritto alla libera circolazione nell’Unione europea, come ogni altro lavoratore. In Italia ciò significò la fine della regola dei tre giocatori stranieri per squadra e l’avvio di un lento declino, tanto del campionato quanto della nazionale di calcio. Perché, accanto all’“invasione” di stranieri nel campionato italiano – che era ancora uno dei migliori al mondo – si affiancarono anche altre mutazioni “genetiche” nell’universo del pallone: gli eventi sportivi entrarono sempre più nel mondo dell’intrattenimento mentre le squadre di calcio si avviavano a diventare delle finanziarie. L’Italia perse quel treno e alla stazione lasciò anche tanti giovani che non avrebbero più trovato posto nelle prime squadre né imparare dai migliori giocatori al mondo.

Il primato italiano, infatti, poggiava su fondamenta molto più fragili di quanto raccontassero le vittorie. I soldi dei presidenti e delle televisioni alimentavano acquisti e ingaggi, mentre nei bilanci si accumulavano squilibri. Il successo della domenica continuava a nascondere il conto che sarebbe arrivato il lunedì. E quando i debiti presentarono il conto, emerse anche il ritardo nella costruzione di altre fonti di ricavo. Nel frattempo, invece, la Premier league vendeva al mondo un intero campionato, distribuendo una parte importante delle entrate anche alle squadre meno blasonate in cui, magari, i giovani potevano trovare più spazio per maturare. E mentre i nostri impianti invecchiavano, si accumulava un altro micidiale ritardo: quello nella formazione. I tedeschi, intanto, infatti, avevano reso obbligatori i centri giovanili per i club professionistici, i francesi consolidavano una rete di formazione e selezione dei talenti, gli spagnoli valorizzavano vivai e seconde squadre, facendo giocare i ragazzi direttamente contro gli adulti. Il risultato è palese nei loro palmares: Spagna, Germania e Francia hanno vinto 4 delle ultime 5 coppe del mondo.

Gli altri hanno imparato a muoversi nel nuovo campo mentre noi abbiamo continuato troppo a lungo a vivere della gloria di quello vecchio.

Non c’è modo di affermare che quanto proposto dall’avvocato Cristiano Pasero possa essere la chiave di volta per ritrovare la gloria perduta. Ci sono dei meriti che possiamo però attribuirgli. Lo spirito di iniziativa in un mondo che pare sempre più depresso, accartocciato dentro sé stesso, incapace perfino di nominare un presidente federale senza combinare pasticci. E la volontà di guardare alle regole, leggere fra le loro righe, e provare a cercare una soluzione. Quella dei quattro italiani (o “sportivamente” italiani) in campo non sappiamo se possa essere quel qualcosa per rimettersi nei binari ma, forse, varrebbe almeno la pena provare.

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