Il caso Lazio

Scudetto e conto da pagare:
la vittoria non basta

Una gestione che aveva già consumato più di quanto fosse riuscita a produrre. Così entrano in gioco banche, fisco, dipendenti, azionisti. E i tifosi.

Il 5 ottobre 2003, per la partita contro il Chievo, gli abbonati della Lazio si presentano allo Stadio Olimpico con una maglia speciale, firmata dai calciatori. È il simbolo di un accordo piuttosto insolito: parte degli stipendi dei giocatori viene dilazionata e trasformata in azioni della società. Il cosiddetto Piano Baraldi serve a ridurre la pressione finanziaria su un club che soltanto tre anni prima aveva conquistato lo scudetto.

La distanza fra le due immagini racconta molto del calcio italiano di quegli anni. Il 14 maggio 2000, dopo aver battuto la Reggina, la Lazio aveva atteso all’Olimpico il risultato della Juventus a Perugia. Il gol di Calori aveva consegnato alla squadra di Sven-Göran Eriksson il secondo titolo nazionale della sua storia. Era il punto più alto di un ciclo che aveva portato anche la Coppa delle Coppe e la Supercoppa europea.

Tre anni dopo, per contenere il deficit, bisognava negoziare con i calciatori modalità differenti di pagamento delle retribuzioni.

La crisi del proprietario diventa la crisi del club

La Lazio di Sergio Cragnotti aveva investito molto per entrare stabilmente nell’élite europea. Il problema emerge quando il sistema finanziario sul quale poggiava comincia a indebolirsi.

Nel novembre 2002 il gruppo alimentare Cirio, principale azionista della società, entra in crisi dopo il mancato rimborso di obbligazioni. La difficoltà del gruppo si trasmette al club attraverso i rapporti finanziari e societari che li legano. Cragnotti lascia la presidenza nel gennaio 2003 e la Lazio passa sotto il controllo delle banche creditrici.

Le cessioni dei grandi giocatori diventano una necessità. Alessandro Nesta finisce al Milan, Hernán Crespo all’Inter. La squadra continua a competere, ma la situazione finanziaria non consente più di mantenere il modello costruito negli anni precedenti.

La gravità della crisi è documentata dalla Consob. Nel maggio 2004, durante un’audizione alla Camera dei deputati, l’autorità di vigilanza ricostruisce le difficoltà della società e i propri interventi per assicurare un’informazione adeguata al mercato.

Dal dicembre 2002 la Lazio era stata obbligata a comunicare mensilmente la situazione finanziaria, i debiti scaduti e i rapporti con le società del gruppo Cirio. Nel triennio precedente l’audizione, la società aveva inoltre fatto ricorso ripetutamente ad aumenti di capitale.

La Consob sottolinea un aspetto particolarmente significativo: quelle nuove risorse servivano soprattutto a coprire perdite già accumulate.

Non erano, quindi, investimenti destinati ad ampliare le attività del club. Erano capitali necessari a sostenere una gestione che aveva già consumato più di quanto fosse riuscita a produrre.

Eppure la Lazio continuava a ottenere risultati. Nel maggio 2004, nel pieno della crisi, conquista la Coppa Italia battendo la Juventus in finale. La competitività sportiva sopravviveva alla fragilità economica, almeno per qualche tempo.

La trattativa con il fisco

Il 19 luglio 2004 Claudio Lotito assume il controllo della Lazio. La priorità non è costruire una nuova squadra di campioni, ma garantire la sopravvivenza della società, ristrutturando debiti e costi.

La situazione finanziaria coinvolge anche lo Stato. Il 20 maggio 2005 la Lazio sottoscrive con l’Agenzia delle Entrate una transazione relativa a 108,78 milioni di euro di Irpef e Iva non versate dalle precedenti gestioni. Con gli interessi legali, l’esposizione complessiva indicata nei documenti societari supera i 140 milioni.

L’accordo prevede un pagamento dilazionato su un arco di molti anni. Le rate sono garantite anche attraverso la cessione, a garanzia, dei crediti derivanti dalla vendita dei biglietti.

È un particolare significativo: una parte delle future entrate dello stadio viene vincolata alla sistemazione di debiti accumulati in passato. Il risanamento impone così alla società obblighi finanziari destinati a condizionarne la gestione per un lungo periodo.

La vicenda mostra anche quanto la crisi di una squadra di calcio possa superare i confini dell’impresa privata. Entrano in gioco le banche, il fisco, i dipendenti, i fornitori, gli azionisti e un patrimonio sportivo al quale è legata una vasta comunità di tifosi.

La Lazio non fallisce. La nuova gestione ridimensiona la spesa, tratta con i creditori e ricostruisce progressivamente un equilibrio finanziario. Negli anni successivi arrivano altre vittorie: tre Coppe Italia, nel 2009, 2013 e 2019, e tre Supercoppe italiane. Il club torna anche a disputare la Champions League.

Due modi di finanziare il calcio

La storia della Lazio non dimostra che i grandi investimenti sportivi fossero, di per sé, sbagliati. Senza quelli, difficilmente sarebbe arrivata la stagione dello scudetto. Documenta però quanto una società possa diventare vulnerabile quando il mantenimento della propria competitività dipende dalla disponibilità finanziaria della proprietà e dalle condizioni di un gruppo imprenditoriale esterno.

Quando quel sostegno viene meno, i ricavi del club possono non essere sufficienti a finanziare la gestione. E le risorse successive devono essere destinate innanzitutto a riparare gli squilibri accumulati.

La Lazio ha dimostrato di poter sopravvivere a una crisi molto grave e di tornare a vincere. Ma la ricostruzione finanziaria ha richiesto anni, dopo una stagione di successi che aveva portato la squadra ai vertici del calcio italiano.

Il 5 ottobre 2003, quando gli abbonati indossarono quella maglia speciale all’Olimpico, la società aveva già cominciato a cercare una via d’uscita. Tre anni dopo lo scudetto, il problema non era più soltanto trovare i giocatori per continuare a vincere. Era trovare le risorse per pagare quelli che avevano contribuito a farlo.

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