Obiettivo pianeta: “Innovare e condividere”. Intervista ad Alberto Frausin, Amministratore Delegato di Carlsberg Italia

Carlsberg nasce nel 1847 dalla passione di Jacob Christian Jacobsen, che fonda il suo primo birrificio appena fuori Copenhagen. Nel 1876 viene creata anche la Fondazione per gestire i Laboratori Carlsberg e supportare la ricerca scientifica danese. Lo stesso anno, l’imprenditore Angelo Poretti sogna di produrre una birra italiana di qualità, e fonda il suo stabilimento a Induno Olona (VA), oggi conosciuto come Carlsberg Italia. Intervista ad Alberto Frausin, da dieci anni Amministratore Delegato dell’azienda.

Cosa significa per Carlsberg ‘Responsabilità sociale’?

«La responsabilità sociale è parte integrante della storia dell’azienda, non è un pezzo di un mosaico, ma è la ragione della nostra stessa esistenza. Una storia che si deve continuamente evolvere. Carlsberg è la più vecchia fondazione industriale oggi al mondo. Un’entità giuridica che controlla tutta l’attività dell’azienda, inclusa evidentemente la Carlsberg Italia. La fondazione investe i profitti, che vengono generati dalla Carlsberg “birra”, in due grandi aree: l’area della scienza e l’area della cultura.

Faccio un esempio pratico: tra pochi giorni, ai Fori Imperiali a Roma, si apriranno gli scavi del tempio di Cesare, finanziati dalla Fondazione Carlsberg. Un gruppo di archeologi danese e un gruppo di archeologi italiano inizierà scavi nella parte del sito dei Fori Imperiali primo ad essere aperto al pubblico, grazie ai quali ci si aspetta di trovare tombe del X-XI secolo avanti Cristo.

All’ONU, poche settimane fa, il nostro chairman, che è un importante scienziato, ha presentato quelli che sono i nostri obiettivi in relazione agli SDGs dell’ONU, i 17 obiettivi del pianeta: Carlsberg ne ha individuati quattro: ci siamo impegnati, entro il 2030, ad avere zero spreco di acqua, zero immissioni di CO2 nell’atmosfera. Ci siamo impegnati relativamente alla responsabilità sociale, “zero responsible drinking”, e “zero accidents”.

Impegni che vogliono dire grandi investimenti tecnici, di ricerca e sviluppo, e partnership. Quest’ultima è uno dei temi fondamentali del 17° obiettivo degli SDGs, ed è quanto noi cerchiamo di perseguire con aziende che credono nei nostri valori».

Quindi molte responsabilità?

«Molte responsabilità rispetto ai giovani, al bere responsabile, e molta responsabilità rispetto alle emissioni CO2. L’industria di largo consumo ha una responsabilità molto importante sulle emissioni di CO2, basti pensare alla produzione delle fabbriche, ma anche ai trasporti, al vetro ed alle lattine che hanno un impatto, ad esempio, sull’emissione di CO2 significativo.

Ci tengo a sottolineare anche che questa azienda, nella sua storia, ha operato in modalità “open source”, cioè quando innoviamo, nel tempo condividiamo. Il nostro obiettivo è aiutare l’intero settore a crescere in modo “pulito”».

Sempre in riferimento alle responsabilità…nella pratica, quali iniziative avete adottato?

«Negli ultimi cinque anni proprio in Italia abbiamo lanciato una tecnologia nuova per la birra alla spina, tecnologia che consente di fare due importanti risparmi: un risparmio di CO2 nell’atmosfera e un risparmio di acqua.

Questa tecnologia prevede un contenitore in PET che sostituisce i vecchi fusti in acciaio, e che ha il grande vantaggio di essere molto meno pesante, di non avere una logistica di rientro in fabbrica, di non essere sanificato con detergenti, etc. E si tratta naturalmente di una plastica riciclabile.

Carlsberg ha risparmiato – è stato certificato – 55.000 tonnellate di emissioni di CO2 nell’atmosfera da quando abbiamo sviluppato questa tecnologia, che risparmia anche acqua perché consente di tenere il prodotto aperto nel fusto per molti giorni, arriviamo fino ad un mese e quindi non ci sono sprechi.

Inoltre, altro esempio, stiamo cercando di sostituire la bottiglia di vetro con una bottiglia fatta di fibre di legno. Partiremo con dei test nel 2019, e naturalmente abbiamo già realizzato i prototipi: una soluzione 100% organica, perché in 120 giorni questo prodotto torna alla natura senza nessuna logica di inquinamento.

La sfida è ricerca, è innovazione, è cambiare i paradigmi, è cambiare i sistemi distributivi ma il cambiamento mentale è la parola più importante. Se continuiamo a fare le stesse cose sempre, non riusciremo ad arrivare ai target che l’ONU ci ha dato e questo pianeta entra in difficoltà per le nuove generazioni».

Le immagini possono essere un mezzo di comunicazione efficace per trasmettere i principi della sostenibilità?

«Io credo molto che la sostenibilità debba avere delle solide basi, e a questo proposito, parlo di certificazione. Tutto ciò che viene fatto deve essere certificato, come certifichiamo i bilanci; alla fine ci sono indicatori e strumenti che sono in condizione di verificare tutto quello che accade. Il secondo punto è che oggi il consumatore è molto più attento che in passato.

Io penso che un’azienda seria debba impostare un processo di comunicazione con solidità, con certificazioni per costruire, senza voler fare tutto velocemente, delle basi solide tali per cui il consumatore riconosca la credibilità dell’azienda, capisca quello che sta facendo e poi faccia le sue scelte».
 

©Osservatorio Socialis
(ha collaborato Riccardo Mariani,
Gruppo Comunicazione – Istituto Cine-Tv R.Rossellini)

 

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