Sono i dati raccolti sul campo, in modo sistematico e continuativo, a restituire oggi un quadro chiaro delle trasformazioni in atto nelle foreste italiane. Un lavoro lungo oltre venticinque anni, svolto dalla rete nazionale CON.ECO.FOR. (Controllo degli Ecosistemi Forestali), gestita dai carabinieri del comando Unità forestali ambientali e agroalimentari, consente di leggere con precisione l’evoluzione della biodiversità vegetale nel nostro Paese.
Su questa base si fonda lo studio pubblicato sulla rivista “NPJ Biodiversity” del gruppo Nature, che evidenzia una progressiva riduzione delle specie vegetali del sottobosco, in particolare nelle foreste alpine di conifere e in quelle temperate decidue.
Una ricerca nazionale di riferimento
La ricerca, coordinata da Maura Francioni e Stefano Chelli dell’Università di Camerino, rappresenta uno dei più estesi studi a lungo termine sulla biodiversità forestale realizzati in Italia. Al progetto hanno contribuito anche ricercatrici e ricercatori delle università di Firenze e Genova, del CREA e della società TerraData Environmentrics.
Elemento distintivo dello studio è l’utilizzo di serie storiche di lungo periodo, raccolte in 31 aree forestali permanenti distribuite sull’intero territorio nazionale. Si tratta di un’infrastruttura di monitoraggio considerata un’eccellenza a livello europeo, che integra dati su biodiversità, clima, suolo e struttura forestale, raccolti con metodologie omogenee e continuità temporale.
Meno specie nel sottobosco
Grazie a questo patrimonio informativo, è stato possibile distinguere le fluttuazioni naturali di breve periodo dai cambiamenti strutturali, offrendo una lettura solida degli effetti del cambiamento globale sugli ecosistemi forestali.
I risultati mostrano una diminuzione significativa della ricchezza di specie nel sottobosco delle foreste alpine e temperate, come faggete e querceti. Tra i principali fattori individuati vi sono la progressiva chiusura delle chiome — che riduce la disponibilità di luce al suolo — e l’intensificarsi degli eventi climatici estremi, in particolare siccità prolungate e ondate di calore.
Foreste mediterranee più stabili
Diverso il comportamento delle foreste mediterranee sempreverdi, come le leccete, che mostrano una maggiore stabilità nel numero complessivo di specie. Pur caratterizzate da un continuo ricambio nel tempo, queste formazioni risultano meglio adattate alle condizioni di stress idrico e mantengono una struttura della chioma più stabile.
Tra gestione forestale e cambiamento climatico
Lo studio invita a una lettura equilibrata dei fenomeni osservati. Parte della riduzione della biodiversità del sottobosco è riconducibile anche alla diminuzione delle pratiche selvicolturali tradizionali, che in passato favorivano una maggiore apertura delle chiome e la presenza di specie non strettamente forestali.
Più rilevante, sotto il profilo ambientale, appare invece l’impatto del cambiamento climatico, che introduce fattori di pressione crescenti e meno prevedibili.
Monitorare per decidere
In questo contesto, il ruolo del monitoraggio continuo assume un valore strategico. L’attività svolta dai Carabinieri Forestali nell’ambito della rete CON.ECO.FOR. non rappresenta soltanto un presidio del territorio, ma costituisce una base conoscitiva essenziale per orientare le politiche di conservazione e gestione sostenibile.
Le foreste italiane, oltre al loro valore naturalistico, svolgono funzioni fondamentali per l’equilibrio climatico, la tutela della biodiversità e il benessere delle comunità. Comprenderne le dinamiche evolutive è quindi una responsabilità collettiva, che richiede continuità negli investimenti, integrazione tra istituzioni e ricerca e una visione di lungo periodo.
La ricerca è stata realizzata nell’ambito del progetto europeo LIFE MODERn(NEC) e del progetto nazionale PRIN MultiForDiv.