CSR: “Il modello del futuro”. Intervista a Beatrice Covassi, Direttore Commissione UE – Rappresentanza in Italia

Dalla promozione del mercato unico digitale, impegno che ha sostenuto fin dai primi anni 2000 presso la Commissione europea a Bruxelles e a Lussemburgo, al coordinamento delle attività in tema di cybersicurezza e tutela della vita privata in rete, in qualità di Primo Consigliere presso la delegazione UE a Washington, dal 2016 Beatrice Covassi è Direttore della Rappresentanza in Italia della Commissione europea. L’abbiamo intervistata allo Spazio Europa di Roma, in occasione della cerimonia del XVI Premio Socialis alle migliori tesi di laurea in CSR e sviluppo sostenibile.

Cosa vuol dire oggi fare responsabilità sociale?

«Fare responsabilità sociale è il modello del futuro. È il modello dell’impresa del futuro, che abbandona quel modello un po’ anni ’80, di impresa estremamente competitiva che guarda soltanto ai numeri, al profitto e alle performance individuali, per andare verso un modello più inclusivo, non solo più trasparente ma anche più aperto al sociale, più sensibile ai diversi tempi di lavoro e di vita.

Modelli che sono diventati importanti per le donne e per gli uomini, perché ci siamo resi conto che una società più sostenibile vuol dire una società in cui tutti siamo persone più equilibrate, persone umanamente più serene, più affidabili.

Questo è dunque un momento di passaggio importante, ma anche una meta futura verso cui tendere: dobbiamo impegnarci sempre di più affinché il modo di fare impresa in Europa coincida con una tipologia d’impresa più umana, più sostenibile, a misura di uomini e donne e a misura di una società che sia veramente inclusiva».

Ha introdotto un altro grande focus: la sostenibilità. Come dobbiamo intenderla?

«Il concetto di sostenibilità, in passato, era circoscritto alla sola dimensione ambientale, come se fosse relegata ad una singola categoria, quasi destinataria di una politica a sé stante.
Oggi il concetto di sostenibilità è molto più orizzontale, molto più globale: la sostenibilità è anche economica, sociale, di parità di genere. Un passaggio obbligato per lo sviluppo delle nostre società, non soltanto una tra le tante politiche ma la visione di insieme, la sfida del futuro, quello a cui dobbiamo tendere.

Ricordo velocemente il pacchetto di misure legislative di economia circolare che è stato approvato in via definitiva nella primavera del 2018 dal Parlamento Europeo, con cui vogliamo aumentare chiaramente il riciclo, migliorare la gestione dei rifiuti e ridurre gli sprechi alimentari.

Per quanto riguarda i rifiuti urbani, per esempio, ci proponiamo come obiettivo entro il 2035 di rendere smaltibili in discarica solo il 10% dei rifiuti urbani; e se pensiamo che la quota da riciclare deve essere portata dall’attuale 44% al 65%, allora c’è ancora molta strada da fare.

Tornando allo spreco alimentare, il dato che mi aveva scioccata è che in media ogni europeo spreca 173 kg di cibo all’anno. Quando se ne è coscienti, si inizia a guardare anche ai propri sprechi con un occhio un po’ più critico».

Guardando all’Agenda 2030, che passi avanti ha compiuto l’Unione europea?

«In Europa è stata varata una grande strategia di sviluppo sostenibile. È di maggio del 2018 il lancio della strategia sul tema della plastica che prevede, entro il 2030, di rendere riciclabili tutti gli imballaggi di plastica e poi di mettere al bando, sforzandoci di utilizzare oggetti non di plastica negli uffici, tutte quelle plastiche monouso: dai cotton-fioc di plastica, ai milioni di bastoncini per il caffè che ognuno di noi ogni giorno utilizza, a tutti i bicchierini e i piatti di plastica non riciclabile che poi vanno a inquinare i nostri mari e le nostre coste».

Lei ha sostenuto che questo è parte del “brand di qualità dell’Europa”…

«L’Europa non è soltanto un insieme di politiche, di regole e di istituzioni. L’Europa è sempre di più un lifestyle, un modo di vivere insieme, che è attento all’ambiente, attento alla parità di genere, e al ruolo sociale delle imprese, a sua volta attento al dato della coesione sociale.

Ricordarlo è sempre molto importante perché noi abbiamo la tendenza ad avere una sorta di complesso di inferiorità rispetto agli Stati Uniti, rispetto alla Cina, rispetto ai giganti asiatici, ad esempio sul terreno del digitale.

Dovremmo iniziare a rovesciare la narrativa, e a pensare che in Europa si vive davvero bene e che in altre parti del mondo, ad esempio, non troviamo le stesse tutele. Penso alle tutele dei consumatori, dalle tinture dei capelli a tutto il settore agri-food che ha una qualità altissima rispetto ad altre parti del mondo.

Quindi dovremmo iniziare a pensare che elementi come la protezione sociale, la protezione dati, l’attenzione ambientale, sono un vantaggio competitivo del modello europeo e devono essere il nostro orgoglio, devono essere considerati veramente il nostro punto di forza, per dire che in Europa le cose si fanno diversamente.

Forse avremo più limiti regolamentari e legislativi rispetto ad altre parti del mondo, ma proprio per questo la qualità della vita è migliore e le nostre società possono diventare molto più coese e migliori rispetto alla maggior parte del mondo».

© Osservatorio Socialis

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