Analizzare un campione di 318 aziende manifatturiere americane per verificare se, in seguito al reshoring – ritorno in patria – abbiano implementato attività di sostenibilità ambientale, acquisendo certificazioni di tipo ambientale e/o qualità, o abbiano intrapreso attività o investimenti con valenza ambientale.
Questo l’obiettivo di Sebastiano Grasso, vincitore del XVI Premio Socialis (qui il reportage dell’evento), che con la tesi “Reshoring della manifattura e sostenibilità: un’analisi empirica dell’industria statunitense” (discussa all’Università degli Studi di Catania – corso di Laurea Magistrale in Ingegneria Gestionale – Relatore Prof.ssa Carmela Di Mauro) approfondisce questo nuovo fenomeno a cui, da un decennio a questa parte, si sta assistendo: il “reshoring”, tramite il quale le imprese tornano in patria o in Paesi vicini a questa (near-reshoring).
“Il reshoring si potrebbe identificare come il processo inverso dell’offshoring, che finora ha caratterizzato le dinamiche del mercato, ossia la delocalizzazione all’estero di alcune attività della catena del valore al fine di ottenere vantaggi quali, ad esempio, la disponibilità di maggiore manodopera a basso costo o di fornitori specializzati – spiega Sebastiano Grasso – Tuttavia, da alcuni anni, siamo spettatori di un’inversione di rotta con il fenomeno del “reshoring”, che descrive il ritorno delle aziende in patria o in Paesi vicini a questa (near-reshoring).
La dinamica dell’offshoring era stata dettata da scelte strategiche di delocalizzazione delle attività, spesso destinate a paesi asiatici economicamente più poveri (soprattutto Cina, seguita da Corea, Taiwan e India). Il fenomeno del reshoring, invece, così come ampiamente dimostrato, è stato spinto da un cambiamento strategico attuato dalle imprese che fondano la propria mission e il proprio vantaggio competitivo su eccellenza e differenziazione. Queste organizzazioni hanno invertito la tendenza abbandonando forme di competizione basate sul prezzo per ri-orientare le proprie strategie e rimodulare le proprie attività su fattori diversi e determinanti nella decisione di rilocalizzazione, quali: alta qualità, vicinanza al cliente e la conseguente maggiore rapidità e flessibilità di risposta al mercato.
Ma il ritorno della produzione alla terra d’origine, per rispondere più efficacemente ai nuovi stili di consumo, è spinto anche dalla ricerca della sostenibilità?
Questa è la domanda a cui Grasso cerca di dare risposta attraverso il suo elaborato. Purtroppo, però, gli studi e le informazioni reperibili al riguardo sono scarse, infatti le aziende non forniscono dati utili né significativi per comprendere se e quanto i due fenomeni siano correlati. Quel che è certo è che la “questione sostenibilità” ha assunto ormai notevole rilevanza per la sopravvivenza delle imprese. Infatti, con sempre maggiore intensità, vengono rivolte loro specifiche richieste di compatibilità ecologica, sia da parte di interlocutori sociali sia da parte dei consumatori. Pertanto, sorge per le aziende la necessità di realizzare comportamenti adeguati ad una sostenibile gestione ed organizzazione delle attività della supply chain.
“La realizzazione dell’indagine sul campione di aziende americane, che tornando in patria adottano politiche di sostenibilità, è stata molto complessa poiché generalmente non condividono informazioni sulle pratiche attuate per la gestione della supply chain, il che impedisce la raccolta di informazioni chiare e affidabili sottolineando, appunto, la mancanza di trasparenza – afferma Grasso – Tuttavia, dalle analisi svolte è emerso che le imprese che attuano il reshoring e che acquisiscono anche certificazioni sono prevalentemente quelle che assumono lavoratori con elevate skills e particolari competenze. La ricerca e assunzione, dunque, di nuovi lavoratori con elevate competenze tecniche sembra essere la via migliore per poter costruire un’economia verde, durevole e responsabile e per favorire prodotti e processi a minore impatto ambientale”.
Sebastiano Grasso conclude il suo lavoro di ricerca con una riflessione su un’auspicabile direzione da perseguire per i prossimi anni: “Stiamo attraversando un momento critico della storia, un periodo in cui il futuro sembra portare con sé grandi pericoli e piccole promesse. Una strada efficace, che potrebbe aiutare a rovesciare la proporzione, sembra quella di una riprogrammazione culturale, di un nuovo modo di pensare capace di costruire una società globale giusta, sostenibile e pacifica. C’è necessità di fornire strumenti e competenze per nuove figure professionali sempre più attente al tema della sostenibilità ambientale, sociale ed economica. Si deve dunque investire nel rapporto tra innovazione e sostenibilità come possibile driver del cambiamento. Cambiamento che richiede in primis alle aziende di basare il loro operato sulla trasparenza che rappresenta un valore, oltre che un’opportunità per costruire relazioni fiduciarie e cooperative“.