“Prosperità sostenibile: Una prospettiva condivisa di futuro”. Intervista a Michele Cerruti But, Coordinatore Accademico di Accademia Unidee – Fondazione Pistoletto

Dottore in Urbanistica allo IUAV di Venezia e Docente a contratto presso il Politecnico di Torino, Michele Cerruti But è il Coordinatore Accademico di Accademia UNIDEE, l’istituto di alta formazione nato all’interno di Cittadellarte – Fondazione Pistoletto Onlus di Biella, che quest’anno inaugura la II edizione del Master Executive in Design, Creatività e Pratiche sociali in collaborazione con il Politecnico di Milano.


Il “Master Executive in Design, Creatività e Pratiche sociali” è alla sua seconda edizione. Quale bilancio potete fare del primo anno? Come è stato accolto il percorso dai partecipanti e quali saranno le novità del 2021?

«La prima edizione del Master è stata un grande successo. Anzitutto per il numero e la “diversity” degli studenti: 13 studenti provenienti da tutta Italia (Sicilia, Lazio, Lombardia, Piemonte, Liguria) con profili culturali e professionali radicalmente diversi (designer, curatori, dirigenti, responsabili delle risorse umane, educatori, insegnanti…). Il primo risultato è ciò che il Master ha cambiato nelle vite di ciascuno di loro. Faccio qualche esempio: 

– nell’incontro tra gli studenti, una studentessa è stata assunta dall’organizzazione di cui un’altra faceva parte
– Luca ha introdotto alcune pratiche di sostenibilità tra i suoi dipendenti
– Serena ha istituito un modello di valutazione dell’impatto sociale della propria azienda
– Veronica sta lavorando presso una Fondazione torinese
– Matteo ha implementato un servizio di assistenza sanitaria digitale nella start-up dove lavora.

Tutti esempi che mostrano come a partire da una più profonda consapevolezza e conoscenza approfondita dei temi della sostenibilità e degli strumenti per realizzarla, alcuni hanno introdotto nelle organizzazioni in cui lavorano o nelle proprie vite cambiamenti radicali.

La nuova edizione 2021 porta con sé un ripensamento radicale della missione del Master. Nella prima edizione il sottotitolo, “Creare valore per le organizzazioni”, induceva a ragionare su un modello di progettazione inteso come catalizzatore in grado di aumentare il valore. Il sottotitolo attuale, “Prosperità sostenibile per le organizzazioni”, cambia la prospettiva: non si tratta solo di catalizzare la crescita del valore, piuttosto di generare un cambiamento profondo delle nostre organizzazioni. Nella direzione della prosperità. Sostenibile, naturalmente: di fronte agli evidenti limiti dello sviluppo, come pensare al futuro? Il Master propone la chiave della prosperità, uno slancio in grado di accompagnare il riorientamento verso la sostenibilità capace anche di trasformare la speranza in concretezza.

Ne abbiamo parlato in un talk visibile online con Pier Luigi Sacco e Mario Calderini, lo scorso anno: intorno a questa idea tutto il Master è ricalibrato per offrire una prospettiva condivisa di futuro».


Il fenomeno dell’impegno sociale, della responsabilità e della sostenibilità delle organizzazioni sta cambiando? Quali scenari prevedete nell’immediato futuro? E quale sarà l’impatto della crisi causata dal Coronavirus?

«Una domanda complessa, questa, a cui sarebbe bene che rispondessero proprio le organizzazioni: è quello che facciamo. Quest’anno il Master vede il sostegno di organizzazioni diverse come FoodForSoul, l’ambizioso progetto di Massimo Bottura, Banca Sella Patrimoni, SocialFare, Experientia, bonprix, Coripet, Humana, Italia che cambia, Fondazione Santagata… Organizzazioni che contribuiscono in modo diverso al Master, e che interpretano la responsabilità e la sostenibilità in modo altrettanto diverso. Sono casi che ci mostrano come la pandemia non ha rallentato i percorsi di responsabilità ma che, anzi, rivelano come la sostenibilità richieda uno sforzo creativo e progettuale quanto mai fondato e solido.

È molto complesso intravvedere le conseguenze del virus sulle nostre vite e sulle nostre organizzazioni. Osservando i nostri partner emergono alcuni abiti di lavoro. Mi piace elencarne tre: anzitutto l’ampliarsi di forme “smart” di lavoro, con tutte le questioni connesse alla gestione del tempo individuale e collettivo, ma anche le prospettive legate allo spazio domestico come spazio produttivo, e dunque sia gli aspetti di comfort che quelli dei consumi e delle emissioni o quelli del capitale spaziale individuale, che necessitano di una precisa definizione di protocolli e standard. In secondo luogo, la relazione tra organizzazioni e territorio: l’impatto sulla mobilità e sulle infrastrutture, la repentina obsolescenza dello spazio, l’esasperato consumo energetico, il digital divide, il mutamento delle relazioni di prossimità e ridistribuzione della ricchezza. In ultimo, l’impresa stessa: è crescente l’interesse a riformulare il senso e le ragioni ultime di un’impresa, nella direzione di un’organizzazione che faccia della responsabilità sociale la sua missione. Lo si vede in tanti dei nostri partner, nelle scelte che fanno nei confronti sia delle risorse umane sia delle esternalità che generano».

Quale è stato e quale sarà l’impatto dei 17 goal delle Nazioni Unite sulle imprese e sulla loro organizzazione? Quali dei “goal” reputate più importanti per le organizzazioni private e pubbliche? E perché?

«I goal rappresentano certamente un’immagine di futuro molto chiara: per costruire la sostenibilità non è sufficiente parlarne o attivarsi in modo generico, da bricoleur. Bisogna invece predisporre azioni precise, in direzioni tra loro spesso confliggenti, che richiedono un rilevantissimo pensiero strategico. Ma anche, al di là del progetto, una profonda strutturazione di parametri e indicatori che ci permettano di valutare (qualitativamente e quantitativamente) come e su cosa stiamo impattando.

Di tutto questo, le imprese si stanno già dotando: il cambiamento climatico è un tema presente, non futuro, che ha incredibili effetti sull’intero sistema economico. Basti pensare, per fare un esempio semplice, che la Germania sta seriamente considerando l’opportunità di ampliare il suo già vastissimo mercato del vino. Vino tedesco di altissima qualità, che si affiancherà a quelli italiani o tedeschi: è l’effetto del cambiamento climatico. Come affrontarlo?

Per le imprese, il cambiamento climatico è un asset centrale, che può portare crescite o perdite enormi, e che non può non essere tenuto in considerazione: riguarda soprattutto la dimensione strategica, apicale, ma anche la gestione delle risorse umane e del rapporto tra l’impresa e il territorio. Ecco perché è difficile dire quale sia il goal più presente: dipende in larga parte dall’intenzione strategica».


Secondo la recente indagine
“Università, Sostenibilità e Next Generation”
di Osservatorio Socialis e CSA Research, i professionisti del futuro dovranno possedere competenze trasversali e interdisciplinari – per pianificare e costruire nuovi modelli di sviluppo – ma anche tecniche e specialistiche (per l’uso delle risorse ambientali, la misurazione dell’impatto delle attività, i processi gestionali dell’economia circolare etc.).

Quali competenze specifiche punta ad offrire il Master per riorientare le organizzazioni alla “prosperità sostenibile”?

«Provo a sintetizzarle nei tre maggiori nuclei formativi. Per ciascun ambito vi sono sempre sia competenze trasversali sia elementi tecnici specifici:
Design strategico e design thinking. In quest’ambito si impara ad adottare l’approccio del design nelle forme di pensiero. Si garantisce una “forma mentis”, si promuove la progettualità come dimensione antropologica. Ma allo stesso tempo si approfondisce ampiamente la strumentazione tecnica che offre il service design, con tutti i suoi tool di analisi, interpretazione, concettualizzazione, prototipazione e sviluppo.

Arte e Impatto sociale. Nell’ambito dell’arte si approfondisce soprattutto la dimensione critica, l’approccio: cosa significa agire dentro un’organizzazione? Quali sono i rischi e i vantaggi? In che modo promuovere l’engagement? Di chi?

Insieme alla riflessione critica, però, si sviluppano anche gli strumenti e le tecniche per progettare e misurare l’impatto sociale. Si apprendono i tool della valutazione, gli elementi essenziali per impostare un lavoro tecnicamente specializzato, per capire, soprattutto, in che ambiti e in che modo ciò che facciamo impatta.

Economia e Management. Anche qui abbiamo anzitutto un approccio teorico-critico che ci permette di indagare le tendenze contemporanee dell’economia, la relazione tra etica e finanza, gli apporti della cultura del sharing. Allo stesso tempo, però, sviluppiamo la conoscenza di alcune tecnologie come la blockchain e adottiamo alcuni strumenti fondamentali come la Social Business Canvas».


In occasione del lancio del vostro Master l’Osservatorio Socialis ha anche presentato la piattaforma di valutazione digitale CSR Check, creata per misurare il livello di responsabilità sociale e di sostenibilità raggiunto dalle organizzazioni nell’ambito di 6 macroaree (
https://csrcheck.it/6-macro-aree/): qual è l’aspetto che ritenete più innovativo e quali sono i vantaggi di chi affronta un percorso specifico dedicato alla “messa in ordine” delle attività dedicate alla sostenibilità della propria organizzazione?

«Il CSR Check è un ottimo strumento che non solo trasforma gli obiettivi dell’ONU in un tangibile e pratico indicatore costruito ad hoc per le imprese, ma garantisce anche la possibilità di comparare esperienze affini. Naturalmente sarebbe riduttivo indicare un solo aspetto più innovativo. In questo approccio, è proprio il tentativo di osservazione sistemica ad essere innovativo, il fatto che non sia sufficiente occuparsi del “clima” interno, oppure solamente di “valutare l’impatto”, oppure di impegnarsi quasi esclusivamente nella direzione del territorio. L’innovazione del CSR Check, che rende obsoleti modelli settoriali di auto-valutazione e contribuisce a costruire una diversa cultura imprenditoriale, è invece proprio il suo modello sistemico, che ridefinisce lo stesso concetto di “responsabilità sociale” entro un campo assai più ampio di quello a cui spesso abbiamo creduto di poterci abituare. La stessa sfida che pone anche il nostro Master».

© Osservatorio Socialis

 

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