Quando si parla di “ecologia industriale” ci si riferisce a comportamenti responsabili messi in atto dalle industrie già a partire dall’intero ciclo di vita del materiale: dalla materia prima per giungere al prodotto finito e quindi al rifiuto, che essendo ormai in disuso è destinato allo smaltimento finale. Oggi, a livello mondiale, la “nuova” ecologia industriale si chiama “economia circolare” e investe tutti i tipi di settori: industriale, tessile, moda, finanza, mobilità e trasporti, agricoltura, gestione dei rifiuti e molti altri. La peculiarità sta nel fatto che essa impone un cambiamento del modus operandi aziendale, che concerne soprattutto l’utilizzo efficiente delle risorse naturali.
L’economia circolare prevede, in concreto, una trasformazione del core business soprattutto nel campo dell’innovazione, attraverso l’applicazione pratica dei suoi princìpi (l’eco-progettazione, la modularità e la versatilità, l’uso delle energie rinnovabili, approcci ecosistemici ed il recupero dei materiali di scarto), che riguardano in particolar modo la gestione dei rifiuti e il ciclo di vita dei beni. Essa riguarda, inoltre, tutte le fasi di un processo economico (dalla progettazione, alla produzione, al consumo, fino alla destinazione a fine vita), e permette di ridurre i costi legati alla produzione, di massimizzare i profitti, prevedere le esternalità negative di impatto ambientale.
DANIMARCA: START OF RECYCLE
In tema di gestione dei rifiuti, la Danimarca fu il primo paese al mondo ad introdurre, nel 1978, la prima legge sul riciclaggio di imballaggi di carta e bevande. Nel 1989, venne introdotta l’Ordinanza Statutaria sui Rifiuti che concedeva il diritto di agire nell’ambito della gestione degli stessi, da parte delle autorità locali, sulla base di obiettivi nazionali comuni indicati nel National Plan Act, attraverso l’introduzione della raccolta differenziata. Ancora oggi le autorità locali danesi si occupano della raccolta, del trasporto e dello smaltimento dei rifiuti, e molte imprese, sia private che pubbliche, separano e pre-trattano alcuni tipi di rifiuti prima che vengano esportati all’estero.
L’atto giuridico principale nella legislazione danese è stato l’Ordinanza sulla cauzione degli imballaggi per bevande del 2001. Essa ha segnato l’inizio di un sistema di deposito-restituzione per gli imballaggi di bevande, che ancora oggi è uno dei sistemi di raccolta più efficienti al mondo. Si stima infatti che il tasso di raccolta degli imballaggi per bevande sia all’incirca dell’89%. La nascita di questo sistema si deve all’avvio di una partnership tra l’industria della birra e delle bevande analcoliche e il settore della vendita al dettaglio.
Nel 2000 è stata fondata la Dansk Retursystem (il sistema danese di deposito e restituzione) che è attualmente una società privata non profit controllata pubblicamente dal Ministero danese dell’Ambiente e dell’Alimentazione, a cui è stato concesso il diritto esclusivo di gestire il sistema di restituzione e deposito fino al 2020. Tra le sue attività principali spicca quella di riscuotere i pagamenti dagli importatori e dai produttori sui quali si deve la commissione sul deposito. All’epoca, non era consentito l’ingresso nel paese delle bevande in lattina; tale divieto è stato poi abrogato nell’Ordinanza Statutaria sul deposito cauzionale sugli imballaggi delle bevande.
LA CIRCOLARITÀ IN ITALIA
L’economia circolare è divenuta nel giro di pochi anni un elemento essenziale nei sistemi economici, tanto è vero che è stata inserita nei piani di ripresa di svariate realtà internazionali. In Italia, l’attuale disciplina della gestione dei rifiuti (D.Lgs. 152/2006 modificata dal D.Lgs. 116/2020, che ha recepito la direttiva UE 851/2018) si presenta molto più innovativa rispetto alla precedente, in quanto sono state introdotte le responsabilità del produttore, il Registro Elettronico dei Rifiuti e il SISTRI (Sistema di Tracciabilità dei Rifiuti). Il punto cardine del decreto è la prevenzione della produzione dei rifiuti sviluppando soprattutto una nuova metodologia eco-compatibile.
Nel PNRR italiano (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza) si parla di economia circolare, ma quello che è emerso da alcune ricerche è che le PMI in tema di circolarità sono quelle più svantaggiate, in quanto dispongono di scarse risorse da investire dal punto di vista innovativo rispetto alle grandi aziende. Tuttavia, le piccole e medie imprese, procedendo a piccoli passi, hanno la possibilità di implementare nel loro core business dei business model efficienti e circolari che riguardano, ad esempio, la scelta delle materie prime ecologiche. I consorzi (unione di più imprese), inoltre, sono attualmente una valida strategia e permettono di accelerare la transizione ecologica in Italia legata all’economia circolare.
Il Comitato Tecnico Scientifico italiano della Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile è composto da esperti nelle discipline riguardanti le attività della Fondazione e promuove accordi e convenzioni, con enti di ricerca, università e istituzioni, a livello nazionale e internazionale. Esso elabora analisi, rapporti, pareri e valutazioni di propria iniziativa o su richiesta degli altri organi sociali, inoltre, collabora all’elaborazione e alla stesura di un Rapporto annuale della Fondazione dedicato all’approfondimento di una o più problematiche connesse con lo sviluppo sostenibile. Questo organismo ha provveduto alla realizzazione di una piattaforma digitale interattiva denominata l’Atlante Italiano dell’Economia Circolare che offre Linee Guida e criteri ai quali attingere, definendo ben 10 dimensioni di circolarità: 1. ecodesign; 2. approvvigionamento materiali e risorse; 3. consumo materiali e risorse; 4. gestione rifiuti, scarti ed emissioni; 5. trasporti e distribuzione; 6. promozione stili di vita sostenibili; 7. filiera circolare; 8. valore condiviso e comunità territoriali; 9. inclusione sociale; 10. standard ambientali e riconoscimenti.
L’Atlante è stato ideato e realizzato grazie alla collaborazione da parte di ricercatori del Consorzio Poliedra – Politecnico di Milano, nonché di rappresentanti accademici appartenenti a campi disciplinari diversi, e con il contributo di CDCA – Centro di Documentazione sui Conflitti Ambientali, Associazione A Sud, Fondazione Ecosistemi. Esso è stato creato per sensibilizzare, informare e documentare tutti gli impegni che le realtà economiche, come le imprese e le associazioni italiane (da Nord a Sud), hanno intrapreso nelle loro attività in ottica di circolarità.
L’Atlante offre la possibilità di valutare le proprie attività utilizzando una serie di indicatori che tengono conto di tutte le fasi del processo produttivo: dalla scelta delle materie prime, alla progettazione, efficienza energetica, logistica, dalla gestione degli scarti alla creazione di valore sociale condiviso, dalla valorizzazione territoriale all’analisi dell’intera filiera.
LA TERMOVALORIZZAZIONE IN DANIMARCA
Il Copenhill di Copenaghen è un termovalorizzatore situato a Nord della città su un’area verde di 5 km, circondato da piste ciclabili e impianti sportivi eco-sostenibili, come sentieri per il trekking e il jogging, aree picnic e due piste da sci situate sul tetto (la prima lunga 200 metri con un grande tornante e una pendenza del 45%, mentre la seconda con un pendio di 90 metri di altezza e larga 60 metri).
La realizzazione di una delle due piste da sci si deve ad una azienda italiana, la Neveplast di Nembro, in provincia di Bergamo. Grazie agli ascensori e a tappeti mobili, gli sciatori possono tranquillamente raggiungere la vetta. Su un lato del termovalorizzatore è stata costruita una parete da arrampicata alta 85 metri, considerata la più alta del mondo; sull’altro lato invece è presente anche una parete da arrampicata libera.
Il Copenhill è stato progettato e realizzato da uno studio di architettura danese, la Bjarke Ingels Group. L’impianto è gestito da un consorzio pubblico composto da 5 comuni, oltre a quello di Copenaghen, ed ha sostituito il vecchio inceneritore. L’innovazione sta nel fatto che permette, per l’appunto, la trasformazione dei rifiuti in energia, fornendo elettricità a 62.500 abitazioni e acqua calda ad altrettante 160.000 unità.
La struttura smaltisce all’incirca 400.000 tonnellate di rifiuti all’anno e viene considerata a “impatto zero” in quanto, grazie ai radiatori, l’acqua viene portata ad ebollizione e le turbine producono vapore che non è assolutamente tossico. Come tutti gli impianti che si occupano dello smaltimento dei rifiuti, anche i termovalorizzatori hanno il problema delle materie di scarto (ceneri e fumi), che a differenza degli inceneritori classici sono “non inquinanti”. I moderni termovalorizzatori come il Copenhill hanno quattro livelli di filtraggio per i fumi, ed hanno sistemi di trattamento e riciclo delle materie di scarto molto avanzati; per questo motivo sorgono in mezzo alle città e non fuori dai centri abitati.
LA TERMOVALORIZZAZIONE IN ITALIA
In Italia l’eccellenza è rappresentata dal termovalorizzatore di Brescia, entrato in funzione nel 1998 e situato nella zona sud della città, che oltre a smaltire 880.000 tonnellate di rifiuti all’anno, produce energia elettrica recuperando il calore generato dalla rete di teleriscaldamento di oltre 670 chilometri, cui esso è collegato. L’impianto, composto da tre unità di combustione interdipendenti, permette anche lo smaltimento di rifiuti urbani indifferenziati e rifiuti speciali non pericolosi. Nel 2006 l’impianto ha ricevuto il prestigioso riconoscimento “Industry Award” del Wtert (Waste-to-Energy Research and Technology Council) della Columbia University di New York, che l’ha eletto il “miglior impianto del mondo”.
Tuttavia, ancora oggi sono presenti sul territorio nazionale inceneritori senza recupero energetico, come quelli di: Marghera (Venezia), San Vittore (Frosinone), Colleferro (Roma), Gioia Tauro (Reggio Calabria), Capoterra (Cagliari), Melfi (Potenza) e Statte (Taranto). Si presentano tutti poco capienti, altamente inquinanti e con alte spese di gestione, e il paradosso sta nel fatto che l’Italia esporta all’estero una quota di rifiuti destinati allo smaltimento, nonostante la presenza di termovalorizzatori situati a Nord del paese, come quello di Brescia.
Il Centro Nazionale dei Rifiuti e dell’Economia Circolare dell’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (ISPRA) ha elaborato l’ultimo report RU 2020 (aggiornato al 14 gennaio 2021). Dall’analisi dei dati, a livello regionale, è emerso che nel 2019 soltanto 10 Regioni su 20 (Piemonte, Lombardia, Trentino-Alto Adige, Veneto, Friuli-Venezia Giulia, Emilia-Romagna, Lazio, Campania, Basilicata e Sardegna) hanno raggiunto l’obiettivo prefissato del 2018.
L’Abruzzo (95 kg/abitante), la Calabria (96 kg/abitante) e la Puglia (101 kg/abitante) si collocano leggermente al di sopra dell’obiettivo. I valori al di sotto dei 130 kg/abitante sono stati rilevati in Liguria (118 kg/abitante), in Toscana (124 kg/abitante) e in Umbria (127 kg/abitante).
IL VALORE DEL LIFE-CYCLE ASSESSMENT
L’economia circolare, in sostanza, prevede un cambio di rotta soprattutto dal punto di vista innovativo, in quanto le aziende (tutte, nessuna esclusa) sono chiamate a reinventare i propri business model nell’ottica del “reduce, riuse and ricycle”. Tuttavia, esistono anche alcuni princìpi che hanno lo scopo di guidare le industrie nella scelta dei materiali, del processo, nell’utilizzo delle fonti di energia e nella scelta di strategie industriali riguardanti infrastrutture e flussi produttivi, tenendo conto degli aspetti ecologici e di sostenibilità. Il Life-cycle assessment è un processo che viene utilizzato nell’ambito industriale per poter asserire inefficienze e impatti negativi durante tutto il percorso di vita del prodotto, quindi permette di valutare e quantificare i carichi ambientali, e di conseguenza gioca un ruolo molto importante nel decision making aziendale.
Prima del Covid-19, l’economia, a livello mondiale, si caratterizzava altamente inquinante, caratterizzata per lo più da processi produttivi “lineari”, nel senso che le imprese hanno sempre seguito uno schema ben preciso nella trasformazione delle materie prime in prodotti finiti (input – processo – output), generando a loro volta un ciclo di rifiuti e materiali di scarto continuo destinato a morire e ad inquinare. Oggi, abbiamo la possibilità di puntare alla qualità attraverso una economia sostenibile e competitiva, grazie alla focalizzazione da parte delle imprese sugli ESG – Environmental Social Governance – ossia all’investimento responsabile proiettato alla sostenibilità.
Gli inceneritori in Europa sono 350, situati in 18 paesi europei. La Danimarca risulta essere il paese con il maggior numero di rifiuti smaltiti (all’incirca 415 kg/abitante per anno) e se si dovesse fare una comparazione con l’Italia, si potrebbe dire che nel nostro paese la quantità di rifiuti che vengono smaltiti all’anno si aggira intorno ai 99 kg pro capite, un dato al di sotto della media europea.
Nei paesi del Nord Europa, come Belgio, Paesi Bassi, Svezia, Danimarca, Germania, Austria, Finlandia, lo smaltimento dei rifiuti in discarica è quasi inesistente, pertanto strutture come il Copenhill di Copenaghen oppure il termovalorizzatore di Brescia sono un chiaro e valido esempio in tema di economia circolare nella gestione dei rifiuti.
Ogni anno, in Italia, Legambiente promuove il concorso “Rifiuti oggi”, che stila una classifica dei cosiddetti “Comuni Ricicloni”, ovvero i Comuni italiani più virtuosi in tema di gestione dei rifiuti. Secondo l’ultimo dossier, i primi quattro Comuni campioni del riciclo sono: Archi (CH) in Abruzzo, Tramutola (PZ) in Basilicata, San Benedetto Ullano (CS) in Calabria e Ginestra degli Schiavoni (BN) in Campania. La classifica ha evidenziato un incremento da parte di alcune regioni del Sud Italia, pur essendo Comuni sotto i 5.000 abitanti.
a cura di Federica Gaetani © Osservatorio Socialis
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Federica Gaetani è Dottore Magistrale in Programmazione e Gestione delle Politiche e dei Servizi Sociali presso la LUMSA, e Assistente Sociale Specialista abilitato.
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