Nino Cartabellotta

Cresce il peso delle assicurazioni

Sanità: il rischio di un diritto alle cure a due velocità

Il 9° Rapporto GIMBE fotografa una trasformazione che solleva interrogativi sull’equità del Ssn: la cura dipendere sempre più dal reddito.

Il diritto alla salute è universale, ma la possibilità di accedere tempestivamente alle cure rischia di diventare sempre più selettiva. Non soltanto tra chi può permettersi di pagare una visita privata e chi deve attendere i tempi del Servizio sanitario nazionale, ma anche tra chi dispone di un’assicurazione sanitaria o di un fondo integrativo e chi ne è privo. È una delle questioni che emergono dal 9° Rapporto GIMBE sul Servizio Sanitario Nazionale che documenta la crescita del ruolo delle coperture sanitarie private in un Paese dove milioni di persone continuano a incontrare ostacoli nell’accesso alle prestazioni.

Nel 2025 la spesa sanitaria complessiva italiana ha raggiunto i 190,1 miliardi di euro. Di questi, 140,8 miliardi sono stati sostenuti dal settore pubblico; 42,4 miliardi direttamente dalle famiglie e quasi 7 miliardi attraverso fondi sanitari, assicurazioni e altri soggetti intermediari.

A colpire, però, è soprattutto la diversa evoluzione delle componenti private della spesa. Rispetto al 2024, gli esborsi diretti dei cittadini sono diminuiti dell’1%, pari a 434 milioni di euro, mentre la spesa intermediata è cresciuta del 10,1%, con un incremento di 642 milioni. Ancora più marcato l’aumento della componente riconducibile alle assicurazioni sanitarie volontarie, salita del 12,7%, da 4,69 a 5,29 miliardi.

Una crescita che non significa necessariamente maggiore accesso alle cure per tutti. E che, soprattutto, pone una domanda: quale ruolo stanno assumendo le coperture private in un sistema sanitario nato per garantire assistenza indipendentemente dalle condizioni economiche?

La nuova disuguaglianza passa anche dalle coperture sanitarie

Fondi integrativi e assicurazioni non rappresentano di per sé un’alternativa al servizio pubblico. Possono contribuire alla tutela della salute, offrendo prestazioni aggiuntive, rimborsi e servizi che affiancano quelli garantiti dal SSN. Il problema nasce quando diventano uno strumento sempre più importante per ottenere prestazioni che il servizio pubblico dovrebbe assicurare in tempi appropriati.

In questo scenario, la disponibilità di una copertura sanitaria può trasformarsi in un ulteriore fattore di differenziazione nell’accesso alle cure. Non tutte le persone, infatti, dispongono delle stesse opportunità: alcune possono beneficiare di fondi previsti dai contratti di lavoro o di polizze individuali, altre devono sostenere direttamente le spese, mentre chi non ha risorse sufficienti rischia di rimandare visite ed esami.

Si delinea così il pericolo di una sanità a più velocità, nella quale alla tradizionale distinzione tra pubblico e privato si aggiunge quella tra persone assicurate e non assicurate. Una prospettiva particolarmente delicata per chi vive in condizioni di precarietà economica e lavorativa, per le famiglie a basso reddito e per quanti non possono sostenere costi sanitari imprevisti.

Non è una conseguenza inevitabile della crescita delle assicurazioni, ma un rischio che richiede regole e strumenti di controllo adeguati.

La spesa diminuisce, ma non è necessariamente una buona notizia

Anche la lieve riduzione della spesa sanitaria pagata direttamente dalle famiglie deve essere interpretata con cautela. Spendere meno, infatti, non significa automaticamente avere meno bisogno di cure o ricevere una migliore assistenza pubblica.

Come evidenzia GIMBE, la spesa sanitaria privata può essere contenuta anche dalla difficoltà economica di affrontare visite, esami e trattamenti. In altre parole, una parte del bisogno di salute può rimanere insoddisfatta senza tradursi in una spesa effettiva.

A confermare la gravità del problema sono i dati ISTAT relativi al 2024, ripresi nel Rapporto: 5,8 milioni di persone, pari al 9,9% della popolazione, hanno dichiarato di aver rinunciato ad almeno una prestazione sanitaria. Circa 4 milioni hanno indicato i lunghi tempi di attesa e 3,1 milioni motivi economici, con la possibilità di segnalare entrambe le cause.

Il confronto tra questi numeri e la crescita delle coperture private restituisce una delle contraddizioni più rilevanti della sanità italiana: mentre si sviluppano strumenti aggiuntivi di protezione, una parte consistente della popolazione continua a non ottenere le prestazioni di cui ha bisogno.

La questione non riguarda soltanto la quantità di risorse investite, ma anche la loro distribuzione e la capacità del sistema di rispondere ai bisogni delle persone più vulnerabili.

Il ruolo dei fondi e il problema della trasparenza

La crescita della sanità intermediata apre anche una questione di governance. Il Rapporto GIMBE sottolinea infatti le difficoltà nel ricostruire in maniera completa i flussi economici di fondi sanitari, assicurazioni e altri soggetti, a causa della frammentazione delle fonti disponibili.

L’analisi condotta su un campione di fondi che rappresenta circa il 68% degli iscritti mostra che, tra il 2020 e il 2025, sono aumentati sia i contributi versati sia le prestazioni erogate. La differenza tra queste due voci si è progressivamente ridotta, fino a raggiungere 278 milioni di euro nel 2025, il valore più basso del periodo considerato.

Un andamento compatibile con una maggiore richiesta di rimborsi, che tuttavia non permette di stabilire un rapporto diretto di causa ed effetto con le difficoltà del Servizio sanitario nazionale.

È proprio questa incertezza a rendere necessario un monitoraggio più approfondito: conoscere quante risorse transitano attraverso la sanità integrativa non basta, se non è altrettanto chiaro quali prestazioni vengano finanziate, a quali condizioni e con quali effetti sull’equità di accesso.

Il servizio pubblico resta il punto decisivo

Il rischio, secondo la Fondazione GIMBE, è che l’espansione delle coperture sanitarie finisca per accompagnare, anziché compensare, l’indebolimento delle garanzie pubbliche.

Per questo, tra le priorità del Piano di rilancio del SSN, il Rapporto indica la necessità di rendere i fondi sanitari realmente integrativi rispetto ai Livelli essenziali di assistenza, rafforzando trasparenza, vigilanza ed equità fiscale.

La questione non è contrapporre in maniera ideologica sanità pubblica e privata, ma stabilire quale funzione debba svolgere ciascuna componente e impedire che le opportunità di accesso alle cure dipendano sempre più dalla posizione economica o lavorativa delle persone.

Perché una copertura assicurativa può offrire una tutela aggiuntiva a chi ne beneficia, ma non può sostituire la responsabilità collettiva di garantire il diritto alla salute.

Ed è proprio qui che i numeri del Rapporto GIMBE assumono un significato che va oltre i bilanci: la crescita delle assicurazioni non è soltanto un fenomeno economico, ma una questione di giustizia sociale. Il vero banco di prova sarà la capacità del Servizio sanitario nazionale di continuare a garantire cure accessibili e tempestive anche a chi non può permettersi di acquistarle, direttamente o attraverso una polizza.

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