Manchester, 28 maggio 2003. L’attaccante ucraino Shevchenko sistema il pallone sul dischetto, prende la rincorsa e batte Buffon. Il Milan conquista la Champions League contro la Juventus. Due squadre italiane si sono contese il trofeo più importante d’Europa. Ma mentre Shevchenko corre a festeggiare, un’altra partita, quella economica, sta prendendo una direzione diversa. Nella stessa stagione, le società di Serie A avevano già accumulato perdite complessive superiori a 400 milioni di euro.
Vincere senza guadagnare
Non era un incidente di percorso. Il calcio italiano attirava i migliori campioni, sosteneva ingaggi elevati e continuava a vincere. I ricavi televisivi crescevano, ma gran parte delle entrate finiva per alimentare la spesa corrente. I successi sportivi convivevano con bilanci sostenuti dagli interventi dei proprietari, da operazioni straordinarie e dall’indebitamento.
Tra il 2007-2008 e il 2023-2024, il calcio professionistico italiano ha accumulato 9,3 miliardi di perdite. Dei 1.609 bilanci esaminati nel ReportCalcio 2025 – realizzato dalla FIGC con AREL e PwC – ben 1.289 sono stati chiusi in rosso. L’80%. Nello stesso periodo i debiti aggregati di Serie A, B e C sono passati da 2,4 a 5,5 miliardi.
Il giro d’affari cresceva senza risolvere gli squilibri della gestione. Le perdite richiedevano nuove risorse, e per gli investimenti destinati a produrre ricavi futuri i margini erano ristretti, se non proprio nulli.
Il sorpasso inglese
Intanto la Premier League costruiva un mercato assai più grande. Nel 2008-2009, un anno prima del Triplete dell’Inter, il fatturato del campionato inglese raggiungeva 2,326 miliardi di euro, contro 1,494 miliardi della Serie A. Secondo Deloitte, 832 milioni di differenza, il 55,7% in più.
Il sorpasso economico era dunque già avvenuto mentre le italiane continuavano a competere ai massimi livelli europei. La Premier League aveva sviluppato la vendita internazionale dei diritti televisivi, ampliato le attività commerciali e modernizzato gli impianti. Anche la Serie A aumentava i ricavi, ma soprattutto grazie alla televisione, senza diversificare le entrate.
Non che il calcio inglese fosse immune dai problemi finanziari: debiti e perdite hanno accompagnato anche la sua crescita. Ma la maggiore capacità di fatturato ha permesso ai club di disporre di risorse progressivamente superiori. Un vantaggio destinato ad alimentarsi: più ricavi, maggiori investimenti, nuove entrate. E per chi insegue, recuperare diventa sempre più costoso.
La Spagna, tra regole e trofei
La Liga non dispone della potenza commerciale della Premier League, eppure Real Madrid, Barcellona e Siviglia hanno continuato a conquistare trofei europei.
Dal 2013 il campionato spagnolo applica un sistema di controllo economico preventivo. I limiti di spesa delle rose vengono calcolati considerando entrate previste, costi, debiti da rimborsare e perdite da recuperare. I debiti dei club verso le amministrazioni pubbliche sono scesi da circa 650 milioni di euro nel 2013 a 3 milioni nel 2023.
Il controllo finanziario non ha eliminato le difficoltà delle società spagnole, né può essere considerato la causa dei loro successi sportivi. Ma il Real Madrid dimostra che risultati e solidità economica possono convivere. Nel 2023-2024, stagione della quindicesima Champions League, il club ha superato il miliardo di euro di ricavi, esclusi i trasferimenti, chiudendo con un utile netto di 15,6 milioni. Nel frattempo ha investito nella trasformazione dello stadio Santiago Bernabéu, destinato a produrre entrate anche fuori dalle giornate di gara.
Quello che non abbiamo costruito
È proprio sugli investimenti che il ritardo italiano diventa più evidente. Uno stadio moderno genera ricavi da ospitalità, servizi, commercio ed eventi durante tutto l’anno, oltre a migliorare sicurezza, accessibilità ed efficienza energetica. Secondo il ReportCalcio, dei 226 nuovi impianti censiti in Europa tra il 2007 e il 2024, soltanto sei sono stati realizzati in Italia.
Il ritardo italiano ha anche una ragione strutturale: la maggioranza degli stadi di Serie A appartiene a soggetti pubblici, prevalentemente ai Comuni. I club li utilizzano senza esserne proprietari e gli investimenti richiedono accordi sulla gestione, sui finanziamenti e sui ricavi futuri. La proprietà privata non è indispensabile, ma senza concessioni e regole capaci di garantire il ritorno degli investimenti, ammodernare gli impianti diventa più complicato. È uno dei punti nei quali le difficoltà economiche del calcio italiano incontrano quelle della governance pubblica.
Il problema non si esaurisce negli stadi. Riguarda la formazione, la valorizzazione dei giovani, le competenze manageriali e la capacità di programmare oltre la singola stagione sportiva. Investimenti che richiedono risorse, ma anche decisioni condivise tra club, leghe, Federazione e istituzioni pubbliche. Interessi spesso divergenti, con costi immediati e benefici distribuiti negli anni.
La sostenibilità del calcio, del resto, non si misura soltanto nell’ultima riga del bilancio. Le società impiegano lavoratori, coinvolgono fornitori e rappresentano comunità di tifosi. Una crisi societaria può coinvolgere diversi soggetti, così come un investimento può generare benefici che vanno oltre i ricavi del club.
Il conto sul campo
Qualche segnale di recupero esiste. Nel 2023-2024 il valore della produzione del calcio professionistico italiano ha superato 4,5 miliardi di euro e la perdita aggregata si è ridotta a 731 milioni. Sono aumentati i ricavi commerciali e gli spettatori negli stadi. Ma il peso degli squilibri accumulati resta considerevole.
Nel frattempo le regole UEFA sono diventate più stringenti. Dal 2025-2026 il costo regolamentato delle squadre, comprensivo di stipendi, ammortamenti dei calciatori e compensi agli agenti, è soggetto a un limite del 70% dei ricavi rilevanti. Chi fattura meno dispone quindi di minori possibilità di recuperare attraverso la sola spesa del proprietario.
A Manchester, nel 2003, il calcio italiano era ancora sul tetto d’Europa. I problemi economici non gli impedivano di vincere, ma quella superiorità sportiva non è diventata un vantaggio industriale altrettanto duraturo. Nel frattempo gli altri campionati hanno ampliato i mercati, costruito infrastrutture e rafforzato le proprie fonti di ricavo.
Il declino italiano non ha una causa unica e non può essere attribuito soltanto ai debiti. Ma diciassette anni di bilanci prevalentemente in perdita raccontano quanto sia difficile difendere un primato senza un modello economico capace di sostenerlo. E spiegano almeno una parte della distanza che oggi separa la Serie A dai campionati che l’hanno superata.