Emirates stadium

Il caso Arsenal

Nove anni senza trofei
e uno stadio per il futuro

Per la squadra londinese la sostenibilità non consisteva nell’evitare il debito, ma nel costruire le condizioni economiche per sostenerlo.

Londra, 7 maggio 2006. Thierry Henry segna tre gol contro il Wigan, l’ultimo su rigore. L’Arsenal vince 4-2, conquista la qualificazione alla Champions League e saluta Highbury, lo stadio che lo ospita dal 1913. Poche settimane dopo la squadra di Arsène Wenger si trasferirà all’Emirates Stadium, un impianto da 60mila posti costato circa 390 milioni di sterline. Highbury poteva accogliere meno di 40mila spettatori e non offriva grandi possibilità di ampliamento. Per una delle società più importanti d’Inghilterra, lo stadio era diventato un limite alla crescita dei ricavi.

La scelta era maturata alla fine degli anni Novanta, quando l’Arsenal dominava il calcio inglese insieme al Manchester United. Nel 2004 aveva conquistato la Premier League senza perdere una partita. La proprietà e i dirigenti decisero tuttavia di destinare una parte considerevole delle risorse a un investimento che avrebbe richiesto anni per essere ripagato. Non si trattava di acquistare nuovi calciatori, ma di costruire un’infrastruttura capace di produrre entrate indipendentemente dai risultati sportivi.

Il debito che finanziava nuovi ricavi

Per realizzare l’Emirates Stadium, l’Arsenal ricorse anche a un finanziamento di 260 milioni di sterline, rifinanziato nel luglio 2006 attraverso obbligazioni con scadenze di 23 e 25 anni. L’operazione consentì di ridurre il costo annuale del servizio del debito da circa 32 a 20 milioni di sterline. Una parte dei ricavi futuri sarebbe servita quindi a ripagare lo stadio.

I risultati economici arrivarono subito. Nell’ultima stagione a Highbury, il 2005-2006, gli incassi delle partite erano stati di 44,1 milioni di sterline. Nel primo anno all’Emirates salirono a 90,6 milioni, più del doppio. Nel 2007-2008 raggiunsero 94,6 milioni, diventando la principale fonte di entrata del club, davanti alla televisione.

La maggiore capienza era soltanto una parte del progetto. L’Emirates disponeva di spazi commerciali, servizi di ospitalità e strutture utilizzabili per eventi diversi dal calcio. Nel maggio 2008 ospitò due concerti di Bruce Springsteen. Nello stesso periodo, il vecchio Highbury veniva trasformato in un complesso residenziale, con gli appartamenti ricavati anche dalle tribune dello stadio.

L’Arsenal aveva insomma investito nella capacità di produrre ricavi futuri. Un’operazione finanziariamente impegnativa, che aumentava l’indebitamento ma anche le attività patrimoniali e commerciali del club.

Il prezzo sul campo

La trasformazione non fu indolore. Nel maggio 2006 l’Arsenal raggiunse la finale di Champions League, perdendo 2-1 contro il Barcellona. Poi cominciò un lungo periodo senza titoli. Tra la FA Cup del 2005 e quella del 2014 trascorsero nove anni.

Wenger dovette lavorare con risorse limitate rispetto alle ambizioni sportive del club. La squadra continuò a qualificarsi per la Champions League, valorizzando giovani come Cesc Fàbregas e sviluppando una politica di mercato attenta ai costi. Restava competitiva, ma non riusciva più a vincere.

Non tutti quei nove anni possono essere attribuiti al finanziamento dello stadio. Nel frattempo la concorrenza inglese si era rafforzata, prima con il Chelsea di Roman Abramovich e poi con il Manchester City. Ma l’investimento infrastrutturale aveva condizionato le possibilità di spesa dell’Arsenal proprio mentre altri club destinavano risorse ingenti al mercato dei giocatori.

La differenza stava nell’orizzonte finanziario. L’Arsenal aveva accettato un indebitamento di lunga durata, collegato a un’attività in grado di generare nuovi flussi di cassa. La sostenibilità non consisteva nell’evitare il debito, ma nel costruire le condizioni economiche per sostenerlo.

Una trasformazione che coinvolge la città

L’Emirates Stadium cambiò anche una parte del quartiere di Islington. Il progetto comportò interventi sulla viabilità, nuovi collegamenti pedonali, spazi pubblici e insediamenti residenziali. Secondo l’Institution of Civil Engineers, l’iniziativa contribuì alla creazione di circa 1.800 posti di lavoro duraturi e assegnò a imprese locali contratti di costruzione e fornitura per 2,2 milioni di sterline.

La trasformazione ebbe naturalmente anche costi sociali. La realizzazione dello stadio incontrò opposizioni locali e il nuovo modello commerciale rese sempre più rilevanti le entrate derivanti da biglietti, abbonamenti e ospitalità. La valorizzazione economica dell’impianto pose quindi anche questioni di accessibilità per i tifosi.

Il club aumentò la propria capacità di generare ricavi, ma dovette conciliare le esigenze finanziarie con quelle della comunità di sostenitori e del territorio.

Vent’anni dopo

La crescita economica è evidente anche nei conti più recenti. Nell’esercizio chiuso il 31 maggio 2025, l’Arsenal ha registrato ricavi consolidati per 691 milioni di sterline. Le entrate delle partite sono arrivate a 153,9 milioni, quelle commerciali a 263,2 milioni.

Non significa che il club abbia definitivamente raggiunto l’autosufficienza finanziaria. Lo stesso bilancio si è chiuso con una perdita netta di 1,4 milioni e documenta il sostegno della proprietà Kroenke alle attività di mercato e alle esigenze di liquidità. Anche l’Arsenal continua dunque a confrontarsi con la crescita dei costi del calcio europeo.

La differenza rispetto al passato è la dimensione economica raggiunta. Lo stadio, le attività commerciali e i diritti televisivi contribuiscono oggi a un fatturato molto superiore a quello disponibile quando la squadra giocava a Highbury. Il ritorno nelle fasi avanzate della Champions League ha ulteriormente rafforzato questa capacità.

L’Arsenal non rappresenta la dimostrazione che costruire uno stadio garantisca vittorie o bilanci in utile. La sua storia racconta piuttosto una decisione industriale: impegnare capitali e accettare vincoli finanziari nel presente per disporre, negli anni successivi, di nuove fonti di ricavo.

Nel 2006 il club lasciò uno stadio nel quale aveva appena vissuto uno dei periodi più importanti della propria storia. Non lo fece perché Highbury avesse smesso di essere un luogo vincente. Lo fece perché non era più sufficiente a sostenere economicamente le ambizioni dell’Arsenal.

Il caso Brighton

Da “senza casa” all’Europa: come costruire una squadra

Dopo l’esilio il club torna ad avere infrastrutture adeguate alle proprie ambizioni e il mercato dei giocatori diventa un’attività industriale

Il caso Lazio

Scudetto e conto da pagare:
la vittoria non basta

Una gestione che aveva già consumato più di quanto fosse riuscita a produrre. Così entrano in gioco banche, fisco, dipendenti, azionisti. E i tifosi.

Il punto

Dall’Olimpo al declino:
ma non è colpa di Bosman

Dal miglior campionato al mondo all’assenza dagli ultimi 3 mondiali Fifa, mentre le squadre di serie A faticano in Europa. Una favola rimasta tale.

Speciale calcio

Sostenibilità, partita persa prima di quella sul campo

Analisi delle cause del declino del calcio italiano negli anni 2000 e dei modelli attuati in Inghilterra e in Spagna