Tor Vergata è una delle università italiane maggiormente attive nella Terza Missione. Il mondo accademico italiano è invece spesso accusato di vivere uno “splendido isolamento” dalla congiuntura della società italiana. La Terza Missione può essere la chiave di volta per avviare un rapporto nuovo, diverso, tra tutto il mondo accademico e la società italiana nel suo complesso?
Certamente sì. Per Terza Missione si deve intendere l’insieme delle attività con le quali le università (e in forme particolari gli enti di ricerca) entrano in interazione diretta con la società, fornendo un contributo che accompagna le missioni tradizionali di insegnamento (nel quale si realizza una interazione con una frazione particolare della società, gli studenti) e di ricerca (nella quale si interagisce prevalentemente con le comunità scientifiche). La Terza Missione ha l’obiettivo di favorire la crescita economica, attraverso la trasformazione della conoscenza prodotta dalla ricerca in conoscenza utile a fini produttivi. In questo contesto si prende atto che la conoscenza prodotta dalla ricerca richiede ulteriori attività di contestualizzazione e applicazione prima di dispiegare potenziali effetti virtuosi sul sistema economico. Rientrano in quest’ambito la gestione della proprietà intellettuale, la creazione di imprese, la ricerca conto terzi e i rapporti ricerca-industria, e la gestione di strutture di intermediazione e di supporto, in genere su scala territoriale. La Terza Missione può anche essere intesa come produzione di beni pubblici che aumentano il benessere della società. Tali beni possono avere contenuto culturale (eventi e beni culturali, gestione di poli museali, scavi archeologici, divulgazione scientifica), sociale (salute pubblica, attività a beneficio della comunità), educativo (educazione degli adulti, long life learning, aggiornamento professionale) o di consapevolezza civile (dibattiti e controversie pubbliche, expertise scientifica).
Secondo l’ultimo rapporto sull’Impegno Sociale delle imprese in Italia, le aziende considerano qualificante, per un curriculum vitae, una specializzazione universitaria attinente all’impegno sociale delle aziende e alla sostenibilità ambientale. Da cosa nasce, a parer suo, questa rinnovata attenzione delle aziende italiane alla preparazione professionale in campo ambientale e sociale? E secondo lei, le università sono pronte a rispondere a questa nuova domanda formativa?
E’ una esigenza fondamentale delle società evolute. Siamo passati da una società che generava conoscenza, alla conoscenza che genera le società. E’ pertanto necessario essere preparati in modo adeguato e soprattutto essere professionali in tutto. In questo le Università devono rinnovarsi, aprendosi al mondo produttivo e cercando di rivedere i curricula formativi dei propri laureandi in ragione di questo. Noi lo stiamo facendo con l’attivazione di un comitato di Core Curriculum Design che cerca di adeguare i profili formativi di ogni corso di laurea a quanto sta avvenendo nelle società attraverso un continuo colloquio con il mondo imprenditoriale.
Sempre secondo il VI Rapporto, le università italiane sarebbero percepite come attori sociali poco attivi nello sviluppo di una nuova visione dell’economia e della società. Secondo il suo punto di vista, questa percezione rientra nel più ampio pregiudizio che vede l’università come entità lontana dalla società civile, oppure siamo di fronte a un effettivo deficit di attenzione del nostro mondo accademico verso temi quali il dialogo, l’impatto sociale delle attività delle aziende, la sostenibilità ambientale, l’etica d’impresa?
Non sono d’accordo; le Università stanno cambiando e credo che abbiano fatto molto in tal senso. Sono molte le Università che hanno attivato corsi di eccellenza per le pubbliche amministrazioni; noi abbiamo, ad esempio, da poco sottoscritto una convenzione con l’ente nazionale del microcredito allo scopo di dare sviluppo e sostegno ad una sussidiarietà orizzontale, realizzazione di strutture informatiche e piattaforma e-learning per le operazioni di microcredito pubbliche e una task force di europrogettazione per la partecipazione a bandi europei per la gestione e la partecipazione ai bandi per la microfinanza e l”inclusione economica. L’Università deve diventare anche un partner vero del mondo economico e delle aziende ed essere riconosciuta nelle sue potenzialità, soprattutto per identificare talenti e scovare nuove idee.