L’ultimo Rapporto sull’Impegno Sociale delle Imprese presenta dati che possono apparire contrastanti: il numero di aziende che attua una strategia di CSR è in aumento, ma la quantità complessiva di risorse nazionali diminuisce. Come interpreta questo andamento? C’è una relazione con la crisi economica e con l’inizio, seppur lento, della ripresa?
La crisi ha prodotto effetti negativi attraverso i suoi strumenti di depressione dell’economia e della vita sociale, realtà vitali colpite dalla logica dei sacrifici. Ma la crisi ha anche generato nelle persone atteggiamenti e comportamenti positivi: la sobrietà, la solidarietà, l’attenzione alla sostenibilità sono divenuti valori da cui far scaturire le scelte d’acquisto e le preferenze verso le aziende coerenti con questi beni comuni. Per questo la responsabilità sociale d’impresa è divenuta una discriminante. Il consumatore responsabile vuole condividere le sue idee con quella aziende nella cui vision le ritrova.
Sempre secondo il Rapporto Nazionale, le aziende fanno CSR perché questa contribuisce alla buona reputazione, anche se poi le maggiori ricadute positive si hanno sui dipendenti. Questo dato potrebbe essere il sintomo del sorgere di una nuova centralità dei lavoratori nell’identità e nei processi decisionali delle imprese italiane?
Da un po’ di mesi Papa Francesco ama ripetere che l’economia deve essere a servizio dell’uomo, rispettosa della sua dignità e del lavoro come bene primario dell’esistenza. Chiede una svolta antropologica anche nella cultura d’impresa, nelle scelte del management rivolte ai lavoratori persone e non oggetto. Il tessuto aziendale italiano, soprattutto nella PMI, presenta tante esperienze positive a tal proposito, in cui la fabbrica viene percepita come comunità umana-produttiva e non solo come macchina fordista e taylorista. In questo scenario ci torna utile l’esperienza di Adriano Olivetti negli anni cinquanta, ripresa oggi da tante aziende che sanno unire gli utili del profitto ai diritti dei lavoratori e dei consumatori.
Secondo le aziende la società civile è la principale promotrice della CSR, meno attive le PA e le Università. Da docente universitario che spiegazione dà di questo ritardo culturale del mondo accademico?
Come professore, prima ne “La Sapienza” e oggi nella Gregoriana, ritengo che i luoghi formativi sono strategici nel creare il capitale umano di un Paese, la sua classe dirigente. Ma non soltanto per competenze e abilità, bensì anche per etica professionale che rappresenta l’antidoto umano alle malattie sociali della corruzione e illegalità, che hanno invaso l’organismo della nostra Italia. Anche nella P.A. dovrebbe essere applicata la CSR per superare burocrazia, clientelismo e “familiarismo”, l’etica pubblica dovrebbe governare le scelte politiche rivolte al bene comune. Occorre che la CSR venga introdotta e valorizzata come fattore di progresso e modernità sia nelle università che nella P.A.