“Costruire un ‘senso del lavoro’ per i dipendenti” – Intervista a Michele Tripaldi, Presidente AIDP Lazio (Associazione Italiana Direzione del Personale)

L’Associazione Italiana per la Direzione del Personale è punto di riferimento in Italia per tutti coloro che si occupano professionalmente della relazione individuo/azienda, coniugando le esigenze dello sviluppo dell’impresa e delle persone. Cosa significa per lei essere “socialmente responsabili”?

Nell’accezione classica della CSR significa avere sensibilità per il mondo che ci circonda e, nel proprio piccolo, dare contributi tangibili. Rispetto a questo le azienda hanno ormai da tempo iniziato a fare molto in vari campi (sostegno all’infanzia, verso l’ambiente, rispetto ai disagi sociali, etc.). Come AIDP non possiamo che renderci moralmente “partner” di questo approccio e, probabilmente, anche qualcosa di più, nel senso magari di farci parte promotrice di alcune iniziative. In particolare al momento segnalo la partnership di AIDP con PARKS (impegno rispetto al tema della diversity da parte dei datori di lavoro) e l’adesione di AIDP al Global Compact delle Nazioni Unite (che cerca di promuovere la responsabilità sociale delle imprese per far sì che il mondo del business possa  contribuire a trovare delle soluzioni alle sfide della globalizzazione.) Entrambe le adesioni sono visibili sul nostro sito ( http://www.aidp.it/associazione/mission.ph ).

AIDP sta promuovendo e sviluppando anche un’altra accezione di responsabilità. Pur non essendo l’associazione “parte sociale” nel senso tecnico (come le associazioni datoriali o quelle sindacali) ha tuttavia la possibilità di essere “parte responsabile”, non solo sulle tematiche poc’anzi citate, ma anche nello specifico del proprio campo (il lavoro) promuovendo lo scambio tra istituzioni scolastiche, pubblica amministrazione, governo ed altri interlocutori istituzionali non solo al fine di dibattere ma anche al fine di poter “incidere” concretamente in tutti gli ambiti (anche quelli legislativi) dove si parla, si discute, ci si confronta e si “decide” in materia di lavoro e di risorse umane.

Secondo quanto riporta l’ultimo Rapporto sull’Impegno Sociale delle aziende in Italia, il 12% delle imprese intervistate non ha fatto alcuna attività a favore dei dipendenti. Tra le attività realizzate in maggior numero troviamo la formazione e valorizzazione del personale, la valutazione delle competenze per lo sviluppo delle carriere e il miglioramento della comunicazione interna. Secondo la sua esperienza, queste attività hanno un beneficio effettivo sui dipendenti?  Bisognerebbe fare altro?

Non vorrei essere pessimista ma assicurare questo impegno, nella condizione in cui si trovano oggi le aziende, all’interno di una situazione di crisi ormai strutturale ed endemica, mi sembra già tanto ed anzi auspicherei che su questo, che considero il “nucleo centrale” della gestione del personale, ci sia tenuta. Purtroppo dal mio osservatorio vedo che così non è soprattutto nelle realtà medio-picccole (che sono il 97% delle aziende italiane ed esprimono circa l’80% della domanda di lavoro) che non solo hanno difficoltà a dotarsi di strumenti manageriali di gestione del personale ma, purtroppo, per motivi di budget hanno (o stanno per) “mollare zavorra”, commettendo ovviamente un grave errore. Scambiare l’investimento sulla risorsa umana per un costo è come risparmiare sulla propria salute: una follia!  Occuparsi di ciò inoltre non è un atto di bontà per le azienda ma semmai una necessità. Non lo classificherei dunque nell’ambito ristretto della CSR se non come “prerequisito”.

Per contro sarebbe, ovviamente, assai imbarazzante dover notare aziende impegnate nel costruire pozzi per i bambini africani e magari, al loro interno, non rispettare – o aggirare – la legislazione sul lavoro nei contratti dei propri dipendenti (credetemi, non è un’ipotesi così peregrina!). Ciò detto, cosa altro si può fare? Con riguardo alle sue risorse umane la cosa più importante che un’azienda può fare è “costruire del senso” per i propri collaboratori, un senso fatto di etica, credibilità, affidabilità, dialogo, rigore, sensibilità, esempio del management, etc.. Sarebbe già tantissimo! Quando c’è questo, si possono affrontare delle sfide incredibili! Quando questo non c’è, anche la variazione di una sede di lavoro o la riduzione degli straordinari può diventare un dramma epocale ed essere vissuto come un onere insopportabile!

Sempre secondo l’ultimo Rapporto, le istituzioni intese come Enti locali, Università, Stato centrale, vengono percepite come i soggetti meno attivi nella diffusione della cultura della CSR. Eppure aziende, Terzo settore, consumatori, continuano a riporre aspettative alte nelle istituzioni, chiedendo loro maggiore impegno e anche azioni concrete come incentivi e sgravi fiscali per le aziende socialmente responsabili.  Secondo lei, a cosa è dovuto questo ritardo culturale e operativo delle nostre istituzioni?

Onestamente ho una percezione diversa e vedo che il settore “pubblico”, sia pure lentamente e, forse, in modo scomposto e non organico, sta facendo dei passi avanti in questo senso, anche culturali, pur scontando sicuramente un “gap” di fondo. Viceversa nel mondo “privato” vedo alcune aziende molto abili a sfruttare la CSR solo per motivi di marketing ma senza a questo far corrispondere un reale sistema valoriale interno, che è poi la base da cui far partire il senso di tutto. Indagherei meglio sulla reale “integrità” di certe “corporations” con un metodo molto semplice ma efficace: andando a sondare la percezione dei loro dipendenti rispetto a tutto questo!

 

 

 

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