La crisi sta educando gli italiani a cambiare i propri atteggiamenti personali e ad adeguarsi a condizioni diverse. Tuttavia, non c’è ancora ottimismo su un cambiamento della mentalità comune, ovvero sulla diffusione di un nuovo senso civico e su un consolidamento dei valori fondamentali rispetto al superfluo. Secondo il 34% dei nostri concittadini, la crisi che stiamo attraversando ci costringe a prendere decisioni troppo a lungo rimandate. E’ “solo” il 17% a pensare che la crisi sia un’opportunità per cambiare il nostro senso civico, mentre il 16% dichiara invece che ci stia realmente aiutando a capire cosa conta davvero. Completamente pessimista il 27%, che dichiara invece che alla fine della crisi tutto tornerà come prima. I risultati sono contenuti nella prima rilevazione sul rapporto tra consumatori ed etica d’impresa, condotta in forma continuativa nel primo semestre del 2014, dall’Osservatorio Socialis e dall’Istituto Ixè.
Timidi segnali di cambiamento e di ripresa dell’ottimismo nella società italiana, che sembrano confermati nella seconda domanda della stessa indagine, relativa alla responsabilità individuale. Il 45% degli intervistati dichiara che comportamenti personali e scelte, per quanto piccoli, possono cambiare il mondo “ma dovrebbero farlo tutti”. Il 23% è ottimista in senso assoluto, e alla domanda risponde sì, senza postille: il cambiamento è nelle mani degli individui e delle loro azioni. Il 13% risponde “sì in teoria ma non ci credo”. Pessimista in senso assoluto meno di un italiano su cinque: è il 19% a rispondere semplicemente no, ma il dato rilevante in questo segmento risiede nel fatto che è composto in maggioranza da donne, che dunque si sentono maggiormente impotenti.
L’atteggiamento degli italiani verso il volontariato sembra in qualche modo confermare l’“ambivalenza” registrata nel sondaggio sui valori. La “buona azione” nel nostro Paese ha due sfaccettature. Il valore etico in senso proprio del tempo messo gratuitamente a disposizione del prossimo, viene infatti strettamente correlato alla necessità di sopperire a vuoti lasciati dallo Stato.
Oltre ad una motivazione di ordine morale, emerge infatti con chiarezza il riconoscimento della necessità e utilità del volontariato, sottolineata da un presente in cui il welfare tende ad indebolirsi progressivamente. Sollecitato a dare più risposte, il 51% del campione dichiara che chi svolge attività di volontariato lo fa perché lo ritiene utile per gli altri; il 43% “perché lo fa star bene con sé stesso”; il 16% risponde direttamente perché è necessario, visto che lo Stato non provvede a tutte le necessità.
Quest’ultima tendenza è poi pienamente confermata dal giudizio sulla necessità dell’operato dei volontari nella propria area di residenza: l’’83% dei cittadini maggiorenni ritiene necessaria l’azione dei volontari nel proprio territorio di residenza (38% “molto”, 43% “abbastanza”); la segnalazione percentualmente più significativa giunge dalle regioni del Nord Ovest. I campi in cui il volontariato è ritenuto più necessario sono quello sociale (48%) e sanitario (47%): due mission primarie del Welfare statale. Una curiosità: gli uomini referenziano in misura superiore l’ambito sanitario, ma anche quello della protezione civile e dello sport, mentre sottostimano, rispetto alle donne, i servizi sociali.
