Il calcio italiano non è sostenibile

Nelle ore in cui la Lega serie A propone Giovanni Malagò come nuovo presidente della Federcalcio è necessario allargare lo sguardo. Non possiamo parlare solo di persone. Occorre guardare ai processi e ai modelli. Quindi la prima domanda è necessaria: il calcio italiano è sostenibile? Una domanda semplice, uno scenario complesso. Parliamo del “nostro” calcio. Anzi, parliamo del calcio: business globale, capace di attrarre capitali, orientare pubblica opinione e occupare la vita delle persone.

Le parole di Gabriele Gravina – “il calcio è professionismo, gli altri sport sono dilettantistici” – hanno fatto discutere. Parole goffe, con un paragone inappropriato con lo sport dilettantistico, ottimo per far arrabbiare milioni di italiani e migliaia di sportivi. Preludio alle sue stesse dimissioni. Il tema non è però quello della narrazione asimmetrica fra passione e denaro. Il tema è quello della sostenibilità di un modello.

È vero, in Italia esistono “sport di Stato”. Sono sport di cui gli italiani si ricordano, tendenzialmente, ogni quattro anni. Sono tenuti in piedi dai gruppi sportivi militari. E non solo. Gli sport olimpici hanno alla base passione, abnegazione, impegno e allo stesso modo sono supportati anche dagli sponsor che affiancano soprattutto i campioni.

Poi ci sono quegli sport che sono solo in apparenza dilettantistici. Gli sport di squadra. Sono sport in cui solo gli stipendi dei campioni sono importanti. Alessia Orro, Myriam Sylla e Paola Egonu, stelle dell’Italvolley, guadagnano oltre 600mila euro ciascuna. Più dei loro colleghi della maschile, che comunque ai più alti livelli sono sopra i 300mila euro annui. Il capitano dell’Italbasket, Nicolò Melli, guadagna oltre un milione di euro dal suo ingaggio in Turchia. Per non parlare dello stipendio di Simone Fontecchio, cestista dei Miami Heat, dove – da professionista – riceve oltre 8 milioni di dollari a stagione.

Poi ci sono due sport per loro natura “sovranazionali”: tennis e i motori. Lì le cifre che girano sono molto più alte. Davanti a business molto ampi, dove i marchi sono protagonisti assoluti.

Ancora, a seguire, ci sono le tantissime eccellenze degli sport individuali. Sci, nuoto, atletica leggera. Per citare le discipline più popolari. Sport olimpici ma che hanno attenzioni e riflettori accesi anche durante il quadriennio. Qui la fanno da padrone i gruppi sportivi militari. Quasi sempre con l’ombrello “aggiuntivo” degli sponsor. Sono sport con grandissime eccellenze nel nostro Paese. Spesso anche esportate. Con tradizione, know-how di tecnici, strutture. Con meno risorse, meno denaro. E un indotto che funziona soprattutto con quei volti che sono più “personaggi”.

Ma sono realtà non paragonabili con il calcio. Con l’impatto nazional-popolare. Con le persone allo stadio. Con le iniezioni di liquidità degli sponsor. Con i patron multimilionari.
Nel nostro Paese circa la metà dei club sono controllati da fondi o proprietà straniere. In Inghilterra le proprietà autoctone sono meno di un quarto. Ma ormai il tema non è “chi”, ma “come”. Il calcio è sostenibile se produce introiti, se i costi sono assorbiti, se i ricavi sono in crescita. E oggi non è così.

Il calcio farà un passo avanti quando sarà capace di costruire un circuito sano: stop alla mono-dipendenza dai diritti tv, priorità agli stadi come elemento capace di creare valore su eventi, naming rights e incassi. Il fronte economico, prima di tutto. Poi il nodo sportivo, far crescere talenti, valorizzare i vivai, dare continuità ai progetti. E infine un tema non da poco: la credibilità, non solo della serie A, ma di tutto il calcio professionistico. Dunque anche della serie B e della serie C.
Lo sport cresce quando è sistema sano. Sostenibile.

Carlo Passarello

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