Nel corso dei negoziati svoltisi a Parigi durante la COP21 (United Nations Climate Change Conference), più di 150 rappresentanti di governo hanno accettato di impegnarsi ad abbattere le emissioni entro il 2030, vincolando i propri stati al raggiungimento di target energetici che ruotano attorno a un asse comune: quello di non superare la soglia di 1.5 C° per l’innalzamento delle temperature a livello globale.
Tale obiettivo impone di ripensare la struttura produttiva dei sistemi economici contemporanei dei paesi aderenti all’accordo, struttura produttiva che dovrebbe transitare da un modello di economia lineare basato sulla ricerca di combustibili fossili per il proprio sostentamento, verso un paradigma in cui i settori energivori siano nutriti attraverso fonti primarie d’energia rinnovabile, o fonti d’energia secondaria prodotta mediante le stesse.
Questa l’argomentazione da cui ha preso le mosse il lavoro di Francesca Insabato, menzione speciale del XVI Premio Socialis, nella sua tesi intitolata “Tutela dell’ambiente e crescita economica all’interno di una Low Carbon Society” (discussa all’Università degli studi Roma Tre – Corso di Laurea Magistrale in Economia dell’Ambiente e dello Sviluppo – Relatore Prof.ssa Valeria Costantini).
“La stabilizzazione e la mitigazione di eventi climatici estremamente avversi possono essere raggiunte effettuando un processo collettivo di “decarbonizzazione”, o Full Decarbonization, che permetta di raggiungere una quantità di emissioni di greenhouse gases al 2070 pari a zero – afferma Francesca Insabato – [Pertanto] la decarbonizzazione può essere considerata la sfida più imponente del nostro secolo. Questo è, del resto, l’orientamento della comunità scientifica internazionale in materia Ciò che preme sottolineare è la necessità di adottare una visione di lungo periodo”.
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“La graduale riduzione di emissioni è legata ad un minor consumo di combustibili fossili e si associa a politiche volte a controllare la domanda energetica che restituiscano ai cittadini il proprio ruolo di membri attivi, responsabili, all’interno di una collettività, non più semplici consumatori – prosegue Insabato – Una visione di lungo raggio impone di investire in innovazione per permettere ai poli industriali di stare al passo con i tempi, evitando fenomeni di lock-in per distretti industriali ed interi settori produttivi. In breve, non è ciò che accadrà entro il 2030 ad avere un significato: ciò che conta, è quello che verrà dopo“.
Un’iniziativa coerente con tali obiettivi è il progetto lanciato dalla multinazionale del settore energetico Enel: Futur-E. Infatti, la riduzione dei consumi, lo sviluppo delle fonti rinnovabili e l’evoluzione tecnologica stanno trasformando il settore elettrico attraverso un ripensamento delle centrali tradizionali, per tener conto delle crescenti esigenze di sostenibilità ambientale, efficienza energetica e competitività. Per questo Enel è impegnata nello sviluppo di un nuovo modello industriale basato sulla valorizzazione di quegli impianti meno efficienti sul territorio. Il progetto Futur-E si sviluppa, appunto, sull’intenzione della società elettrica di riconvertire le proprie centrali alimentate con combustibili fossili sul territorio italiano, per garantire un processo di rigenerazione che in parte liberi da attività produttive altamente emittive.
Precisa Insabato: “Uno degli impianti interessati dal progetto è la centrale termoelettrica Eugenio Montale a La Spezia (nella foto, ndr): per esplorare le possibilità di investimento nell’area, è stata stipulata una convenzione tra Enel S.p.A. e l’Agenzia Enea, a cui è stato richiesto di fornire assistenza tecnica nell’elaborazione di alcune proposte progettuali per intraprendere un processo di rigenerazione urbana nell’area spezzina.
La proposta portata avanti dall’Enea per la centrale Eugenio Montale è quella di dar vita a un polo per il recupero di materiali, nello specifico RAEE, per fornire un esempio virtuoso sul territorio sviluppando un’attività basata sul concetto di economia circolare, che trasformi i rifiuti da scarti a risorsa”.
A comprova dell’importanza di intraprendere azioni a livello locale per permettere la trasformazione di sistemi urbani, era intervenuto il premio Nobel per l’economia 2009 Elinor Ostrom, secondo il quale un approccio policentrico nella gestione della transizione energetica è un elemento di essenziale rilievo; esso permette la diffusione di innovazione tra diversi livelli di governance e diversi comparti produttivi, facilitando la diffusione di pratiche e continue sinergie nel tessuto economico di un territorio. Una simile configurazione ritaglia un ruolo di vitale importanza per le città ed i centri urbani, centri nevralgici in cui si svolge l’incontro e l’integrazione tra diversi soggetti economici.
“È necessario dunque ripensare la configurazione urbanistica delle principali città italiane puntando a realizzare infrastrutture verdi come le cosiddette green belts, cioè fasce verdi poste attorno alle città per impedire la proliferazione di palazzi e infrastrutture al di fuori dei confini cittadini e per riequilibrare il bilancio di CO2 emessa all’interno degli ambienti urbani, così dovrebbero essere concepite le città del futuro. Concepire le città del futuro che siano «non più produttrici di rifiuti, ma miniere urbane, il cui contenuto porti benessere diffuso per i cittadini, diminuendo la pressione sugli ecosistemi » (G. Santilli 2017 – Sole 24Ore)”.
Dunque una delle sfide fondamentali del XXI secolo è quella di imparare a coniugare crescita economica e riduzione dell’impatto antropico. È necessario trasformare il sistema economico in una Low Carbon Economy: “un’economia fondata su un sistema di produzione e consumi a basso contenuto di carbonio, ovvero a ridotte emissioni di CO2 in atmosfera” in modo da giungere alla creazione di un paradigma al centro del quale risieda una Low Carbon Society, ovvero “una società in grado di intraprendere azioni coerenti con principi di sostenibilità stringenti, che tenga conto delle esigenze di tutti i gruppi sociali al proprio interno, che definisca parametri condivisi per misurare i progressi in termini di decarbonizzazione adottati in ogni comparto dell’economia” (definizione del II workshop of the Japan-UK Joint Research Project “Achieving a Sustainable Low-Carbon Society”).
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