Gli italiani stanno imparando a sprecare meno, ma il costo sociale ed economico dello spreco alimentare resta altissimo. È il quadro che emerge dal “Caso Italia 2026”, il nuovo rapporto dell’Osservatorio Waste watcher international, diffuso alla vigilia della 13ª Giornata nazionale di prevenzione dello spreco alimentare, in programma il 5 febbraio e promossa dalla campagna Spreco zero.
Meno sprechi, ma valgono ancora 13,5 miliardi
Nel 2026 ogni cittadina e cittadino italiano getta in media 554 grammi di cibo a settimana, il 10,3% in meno rispetto a un anno fa. Tradotto: circa 79 grammi al giorno. Un miglioramento netto, certificato dai dati elaborati dall’Università di Bologna (Distal) su rilevazioni Waste Watcher.
Eppure la somma complessiva delle perdite e degli sprechi alimentari supera ancora 13,5 miliardi di euro, di cui 7,36 miliardi solo nelle case.
Boomers virtuosi, giovani in affanno
La fotografia generazionale è chiara. I Boomers guidano la classifica della virtuosità con 352 grammi settimanali pro capite, centrando con quattro anni di anticipo l’obiettivo 12.3 dell’Agenda 2030.
Più indietro le famiglie della Generazione Z (799 g), i Millennials (750 g) e la Generazione X (478 g). Un divario che non è solo culturale ma anche sociale: il 29% della Gen Z spreca almeno una volta a settimana, contro appena il 6% dei Boomers.
Cuciniamo molto, sprechiamo per disorganizzazione
L’88% degli italiani cucina ogni giorno: un tratto identitario, mediterraneo, che resiste. E per la prima volta la consapevolezza sul tema è quasi unanime: il 94% dichiara attenzione allo spreco. Ma le cause restano soprattutto organizzative: cattiva conservazione, dimenticanze, sovra-acquisto.
Frutta fresca, verdura e pane guidano la poco onorevole classifica dei cibi più gettati.
Nord più virtuoso, Sud più esposto
Si spreca meno al Nord (516 g settimanali), di più al Sud (591 g). Fanno meglio le famiglie con figli e i piccoli Comuni. Ma è sul fronte sociale che il rapporto lancia l’allarme più forte.
Insicurezza alimentare: cresce l’emergenza
L’indice di insicurezza alimentare – misurato con la scala Fies dell’Onu – sale a 14,36, mezzo punto in più rispetto al 2025. L’aumento è particolarmente marcato al Sud (+28%) e tra i giovani (+50%). Le periferie urbane e il ceto popolare risultano le aree più fragili.
«Lo spreco alimentare convive con una crescente insicurezza, soprattutto tra i più giovani», spiega Luca Falasconi, coordinatore del rapporto. «Non è solo una questione ambientale, ma economica e sociale. Sprecare meno significa proteggere il reddito familiare».
Agricoltura e ristorazione: il ruolo delle filiere
Dal mondo agricolo, Confagricoltura richiama alla sfida di produrre di più con meno risorse. «Tecnologia e ricerca sono decisive per ridurre le eccedenze», sottolinea Luca Brondelli di Brondello.
Anche la ristorazione fa la sua parte: secondo Confcommercio e Fipe, 8 italiani su 10 non sprecano al ristorante. «Il cibo non è una merce qualunque, ma un valore culturale», ricorda Lino Stoppani.
La sfida culturale
L’Italia migliora, dunque, ma resta sospesa in un paradosso: meno spreco, più fragilità. La vera sfida non è più la sensibilizzazione, ma la trasformazione delle buone intenzioni in abitudini quotidiane, soprattutto per le generazioni più giovani. Perché ridurre lo spreco, oggi, significa anche combattere le disuguaglianze.