“Fare squadra per uscire dalla crisi: largo al volontariato d’impresa”. Intervista a Rosario Valastro, Vice Presidente Nazionale Croce Rossa Italiana

Laureato in Giurisprudenza con specializzazione in Scienze delle Pubbliche Amministrazioni, iscritto all’Albo degli Avvocati di Catania e cassazionista, Rosario Valastro è Vice Presidente e Consigliere Nazionale di Croce Rossa Italiana con delega all’Area Programmi e Formazione e Sviluppo. Grazie alla sua lunga attività per l’Associazione – in cui è entrato come volontario nel 1993 – Valastro ha ricevuto diversi riconoscimenti: Medaglia d’Argento al Merito della Croce Rossa Italiana nel 2003, Croce di Anzianità di II classe nel 2007, Cavaliere per i Diritti Umani nel 2008, Medaglia d’Oro al Merito nel 2009, Attestato di Pubblica Benemerenza di protezione civile e Premio “Precursore della Croce Rossa Ferdinando Palasciano” nel 2015, Cavaliere dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana nel 2016.

Intervenuto al CSR Talk in occasione della cerimonia del Premio Socialis 2020, gli abbiamo chiesto una riflessione in merito all’impatto dell’emergenza Covid sul volontariato italiano.

Nel CSR Talk svolto durante la cerimonia di premiazione del Premio Socialis 2020, lei ha affermato che per ripartire occorre un pieno partenariato fra il profit e il non profit e la volontà di dare spazio alle formazioni sociali. In che modo sarà possibile raggiungere questo obiettivo una volta finita la Crisi? Che ruolo avrà Croce Rossa?

«Dopo la crisi bisognerà avere la pazienza, il buonsenso, la buona volontà di riuscire a sedersi e cercare di fare veramente squadra. Credo sia necessario partire da quello che è il valore delle comunità locali su cui insiste la nostra opera. Su ogni comunità locale insistono una o più Pubbliche Amministrazioni al servizio; più associazioni di volontariato che vogliono creare una comunità più forte, più inclusiva o dando attenzione a particolari categorie; e insistono anche le imprese, che si occupano di creare posti di lavoro, benessere e servizi. Bisogna ripartire proprio dal valore che la comunità locale ha per tutti e tre questi attori.

La capacità di mettere al centro la Comunità e il suo più sereno sviluppo deve spingere le organizzazioni profit e non profit, e anche le istituzioni pubbliche, a fare davvero un lavoro di squadra, per evitare sbavature, evitare doppioni e zone buie, ricordandoci sempre che solo in una comunità dove nessuno è escluso e nessuno è veramente vulnerabile tutti gli altri possono dirsi al sicuro e sereni. Non possono esistere comunità realmente serene dove c’è una fetta più o meno grande di popolazione che questa serenità in realtà non la vive.

La Croce Rossa avrà il ruolo che ha sempre avuto: quello di essere ausiliaria dei pubblici poteri, di essere vicino al mondo reale, alle persone più vulnerabili, al fine di poter dare voce alle loro necessità, ai loro bisogni e alle loro speranze. Noi vogliamo essere anche un piccolo megafono nei confronti del profit e nei confronti anche del non profit». 


La crisi ha cambiato radicalmente il modo delle imprese e dei cittadini di approcciarsi al volontariato. In Croce Rossa avete notato questo cambiamento? E, secondo lei, nel futuro i cittadini faranno più o meno volontariato?

«Il mondo del volontariato è molto cambiato durante il periodo del Coronavirus, proprio perché la gente si è sentita ancor più parte di una comunità, e quindi si è subito rivolta a noi, come ad altri, per dare le proprie braccia, le proprie gambe, la propria testa, in modo tale che nella loro comunità potessero essere aiutate le categorie più svantaggiate. Questo è stato avvertito anche nel mondo dell’imprenditoria, dove non solo il profit ha adottato dei progetti nel territorio dove l’impresa insiste, è strutturata e basata, restituendo così al territorio anche dei benefici; ma addirittura ha chiesto di gemellarsi, e quindi di svolgere progetti di volontariato in altri territori rispetto a quelli da cui proviene una parte dei propri lavoratori.

Noi abbiamo notato in tal senso un grande interesse da parte delle imprese su progetti specifici, e abbiamo inteso avviare quel percorso che porterà alla nascita ufficiale del programma “volontariato d’impresa”, dove l’impresa si farà sponsor di progetti nati proprio dalle esigenze del territorio e anche dalla voglia di mettersi alla prova su questo terreno, con iniziative poi portate avanti grazie all’azione concreta, seria e reale dei propri dipendenti.

Non so se in futuro crescerà o diminuirà il fenomeno del volontariato. So che il volontariato ha avuto – prima dell’emergenza – un periodo di “dubbio”. I cambiamenti sociali hanno portato in molte associazioni delle trasformazioni molto forti. Inoltre ormai il mondo del lavoro è molto più fluido, ci si sposta con maggiore frequenza, anche il periodo universitario viene vissuto in città diverse: nuovi paradigmi, che hanno comportato anche delle notevoli difficoltà.

Il fatto di non riuscirsi a basare su un territorio, ad avere delle certezze economiche, chiaramente ha influito negativamente nelle scelte di dedicare agli altri parte del proprio tempo. Però in realtà la voglia di mettersi a disposizione, di mettersi al servizio in associazioni serie gli italiani l’hanno sempre avuta e ce l’hanno tuttora, e in questa pandemia lo hanno dimostrato ancora una volta. Quello che noi dobbiamo fare, però, è non aspettare le emergenze per poter pianificare, per poter osservare i cambiamenti nella società e intercettare la modalità migliore per consentire alle persone di fare volontariato, e questo riguarda anche il discorso del dialogo fra profit e non profit: non può essere lasciato al “quando c’è l’emergenza ne parliamo”. Dev’essere costruito come costante, come abitudine e poi deve essere sviluppato anche in emergenza».


Quale è stato il supporto ricevuto dalle istituzioni durante la crisi? Secondo lei, ci sono delle azioni di lungo periodo, che vadano oltre la situazione attuale, che la politica dovrebbe intraprendere per favorire le organizzazioni come Croce Rossa?

«Le istituzioni hanno dato il loro contributo nella misura in cui hanno fatto un’opera di coordinamento delle risorse in campo. In quei Comuni, in quelle Regioni, o a livello nazionale, dove le istituzioni hanno svolto quel ruolo di collettore in tal senso, hanno consentito al volontariato di potersi esprimere al meglio senza sbavature e senza inefficienze. Allo stesso modo sono state utili e lo sono nel momento in cui alleggeriscono la burocrazia di determinati processi e hanno anche un’attenzione alla questione relativa al lato fiscale delle associazioni no profit; e questo è l’impegno che dovrebbero prendersi per il futuro.

Ci sono stati ambiti in questo periodo emergenziale in cui il Terzo Settore in realtà è diventato il Primo. Credo che non sia più da sottovalutare, credo che se le istituzioni pubbliche vorranno veramente fare tesoro di questa ricchezza tipicamente italiana, sarà necessario fare degli investimenti a lungo termine, proprio sotto un profilo strutturale, nei processi di riconoscimento e di coordinamento del volontariato. Sostenere il volontariato significa avere delle risorse in campo e consentire al volontariato stesso di non sprecarle: un’attività di rango manageriale. Per questo chiediamo alle istituzioni pubbliche di ragionare in questi termini: affinché il tempo, le risorse e soprattutto la motivazione dei volontari non vadano perduti».

© Osservatorio Socialis

 

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