“Un selfie ad Auschwitz? No, grazie!”: Intervista a Corrado del Bò (“Etica del turismo”)

Corrado Del Bò è professore associato di Filosofia del Diritto presso il Dipartimento di Studi giuridici “Cesare Beccaria” dell’Università di Milano e insegna Etica e filosofia del turismo nel corso di laurea in Scienze del turismo presso la Fondazione Campus di Lucca.

È autore di Un reddito per tutti (Ibis, 2004), I diritti sulle cose (Carocci, 2008), La neutralità necessaria (ETS, 2014) e di vari saggi sui temi della giustizia distributiva, della bioetica, della neutralità delle istituzioni e della valutazione etica delle scelte pubbliche.

Partiamo proprio dalla quarta di copertina del libro: che cosa c’è di sbagliato nel farsi un selfie ad Auschwitz? O nell’andare a vedere le donne “dal collo lungo” in Thailandia? O nel farsi scortare dagli sherpa sull’Everest? O, ancora, nel fare le vacanze in un villaggio turistico situato nel Sud del mondo?

Sono naturalmente problemi molto diversi tra loro e anzi buona parte del mio libro Etica del turismo, pubblicato da Carocci, è dedicata a distinguere le questioni, evitando quindi di accomunare ciò che invece va tenuto separato (l’arte della distinzione è del resto uno dei tratti caratteristici della filosofia di stampo analitico). Dopo questa premessa, non si stupisca allora se le darò quattro differenti risposte. Il selfie ad Auschwitz banalizza la tragedia della Shoah; andare a vedere le donne Karen in Thailandia significa contribuire a mantenere in vita una tradizione discutibile e a impedire a un’intera tribù di decidere del proprio destino, tradizione degli anelli compresa; farsi scortare dagli sherpa (che, ricordo, sono una tribù nepalese e non un termine locale per indicare i portatori d’alta quota) comporta esporre alcune persone a rischio di morte prematura o di gravi lesioni, un rischio che solamente in parte è compensato dal denaro che ricevono; le vacanze nei villaggi-turistici del Sud del mondo pongono la questione della spartizione dei proventi del turismo, che in quei casi solamente in minima parte beneficiano le comunità locale.

Durante la presentazione del volume si è parlato di vacanza come bolla morale, cosa si intende con questo concetto?

Nel mio libro ho usato l’espressione “bolla morale” per indicare una situazione in cui niente è vietato e tutto è permesso per il semplice fatto che “siamo in vacanza”. La vacanza è in effetti un momento di evasione e dunque anche di rottura della routine quotidiana. In vacanza tendiamo a fare cose che normalmente non faremmo: cambiano i nostri orari, modifichiamo le nostre abitudini, ci vestiamo in un modo diverso dal solito. Il problema nasce quando, sulla scia di questo momentanea fuoriuscita dagli schemi, pensiamo di poter abbandonare anche la nostra routine morale e prenderci una vacanza dalle regole di corretto comportamento: se è sbagliato pagare direttamente o indirettamente le persone povere per ottenerne prestazioni sessuali, lo è sempre, anche in vacanza, dunque non dovremmo farlo; e così consumare litri e litri di acqua per fare docce lunghissime oppure servirsi di strutture in cui la tutela dei lavoratori è scarsa. Il diritto al risposo e allo svago non possono essere invocati come esimenti dai comportamenti moralmente sbagliati.

Con le App e le piattaforme di prenotazione on line la ricerca del miglior giudizio al minor costo è la chiave della scelta del luogo in cui soggiornare. In nome del prezzo più basso si cambia anche la destinazione che si aveva in mente. Che spazio c’è in questo contesto per parlare di “giusto prezzo”?

La venerabile tradizione delle teorie del giusto prezzo, da qualche secolo almeno, non gode apparentemente di buona salute. Eppure, a ben vedere, intuizioni sul giusto (o equo) prezzo sono presenti nei nostri discorsi e spesso la valutazione dei prezzi che paghiamo risente di considerazioni morali: quante volte, anche in presenza di persone disposte a pagare cifre elevate per certi tipi di servizi, ci troviamo a esclamare “non è giusto che costi quella cifra”? Ma anche prescidendo da questo, dobbiamo considerare che la ricerca di prezzi sempre più bassi può significare mettere in difficoltà alcuni fornitori di servizi turistici. Questo a volte determina un peggioramento della qualità dei servizi turistici, ma credo che il vero punto sia morale: la libertà del consumatore non deve affamare i produttori, come del resto abbiamo compreso in questi decennni riflettendo sulle potenzialità del commercio equo e solidale, che appunto reclama una relazione più equilibrata all’interno della filiera produttiva, cercando di contemperare le esigenze di tutti. Se poi mi chiede come fare in modo che questo accada, purtroppo non ho una risposta soddisfacente.

Quale è il Paese europeo dove i servizi per il “turismo disabile” sono più evoluti? L’Italia a che punto sta? Si possono citare best practice?

Anche se su questo punto temo di non essere particolarmente competente, credo di poter fare comunque una considerazione generale. La pervasività del fenomeno turistico nei paesi cosiddetti ricchi ha posto in luce la necessità di differenziare l’offerta turistica per andare incontro alle persone con “bisogni speciali”. Mi sembra importante insistere su questa espressione, “bisogni speciali”, poiché identifica un’esigenza che non si ferma alle (doverose) garanzie per i disabili, ma coglie un aspetto più ampio, relativo alla vulnerabilità di certe categorie di turisti: penso per esempio alle donne che viaggiano da sole, che devono poter usufruire di un ambiente turistico in cui la loro sicurezza, reale ma anche percepita, non sia messa a repentaglio. Se prendiamo questo obiettivo sul serio e ci adoperiamo per perseguirlo in maniera efficace, inevitabilmente l’habitat turistico migliorerà anche dal punto di vista morale.

Un tema molto caro a noi italiani è la sostenibilità del turismo: da un lato si generano economie importanti, dall’altro la gentrificazione. Oltre a Venezia, sono molte le cittadine che vivono il fenomeno della desertificazione del centro storico dopo le 18.00. È ad esempio il caso di San Gimignano: eppure proprio gli introiti dei parcheggi consentono a questa cittadina di avere un bilancio comunale a posto. Quale è secondo lei la prospettiva da abbracciare?

Io credo siano maturi i tempi per un approfondimento critico del fenomeno turistico che riesca a guardare un poco oltre la logica della massimizzazione del profitto di breve periodo. Per ragioni economiche, poiché un turismo che dura nel tempo, come raccomandano la Carta di Lanzarote e il Codice mondiale del turismo, è più redditizio del cosiddetto “turismo taglia e brucia”; ma anche per ragioni in senso ampio morali, poiché far dipendere in misura eccessiva l’economia dei luoghi dal turismo significa, come giustamente ricordava lei, produrre il rischio di gentrificazione dei centri storici, sostituendo appunto gli abitanti originari con user-city giornalieri e proprietari di seconde case. Del resto, ove il fenomeno fosse quantitativamente importante, mi chiedo che cosa se ne fa un Comune di bilanci in attivo, se non ha più cittadini per cui spendere le risorse.

L’Italia, secondo lei, potrebbe veramente vivere di turismo e cultura?

Questa è una domanda molto difficile, rispetto alla quale servirebbe forse il parere dell’economista. Ma a me pare che non sia mai una buona idea puntare sulle monoculture, specialmente se riferite a un settore che è caratterizzato da una certa volatilità. Questo vale anche all’interno del settore turistico: il turismo è una realtà plurale, che comprende chi visita le città d’arte, chi cerca il divertimento notturno, chi si stende al sole per una settimana intera e chi fa lunghe passeggiate in montagna (ma gli esempi potrebbero continuare). La biodiversità turistica – la differenziazione dell’offerta, per dirla in termini meno aulici – dovrebbe essere la stella polare di chi progetta i sistemi turistici, in modo da intercettare diversi tipi di turisti e allo stesso tempo arricchire tutti sul piano culturale, oltre che in termini di reddito.

(a cura di Marta Tersigni) ©osservatoriosocialis.it   

Adozioni internazionali

50 mesi per ottenerle. I dati della Commissione

C’è un segnale nuovo: le famiglie che dichiarano di adottare per puro desiderio adottivo sono passate dal 6% del 2024 al 17% del 2025

La visita della principessa

Il “non metodo” che ha conquistato la corona inglese

Kate Middleton, da anni impegnata sui temi della prima infanzia, a Reggio Emilia

Nuove frontiere

Volontariato, oltre l’emergenza: il documento Euricse

Il volontariato italiano è a un punto di svolta. A dirlo è il nuovo documento di Euricse, “Volontariato e volontariati: tra spinte trasformative e azione

Il lavoro del CON.ECO.FOR.

Foreste, biodiversità in calo: monitorare per decidere

Sono i dati raccolti sul campo, in modo sistematico e continuativo, a restituire oggi un quadro chiaro delle trasformazioni in atto nelle foreste italiane. Un